martedì 15 giugno 2021

l'inventario delle mie stranezze - la scrittura


dopo oltre una quindicina di libri scritti (6 pubblicati con editore, 3 autoprodotti, 3 disponibili gratuitamente su wattpad, altri che non-hanno-mai-visto-la-luce-per-fortuna) ho imparato che se sai cosa scrivere, la fase di scrittura è più facile. per questo, dopo aver passato mesi a capire cosa volevo scrivere, per essere sicura-sicura di cosa stavo per fare ho chiesto una consulenza a veronica di scrivi e riscrivi. lei è stata molto gentile e professionale e tutti i suoi consigli e le sue indicazioni sono stati molto utili per mettere meglio a fuoco la storia e passare alla fase successiva, fiduciosa di portare a termine la missione.

un'altra cosa che ho capito è che sapere come hanno affrontato altri scrittori lo stesso argomento è vitale. e io ho scoperto che gli altri scrittori pensano che autismo sia sinonimo di spiccate capacità investigative e che l'autismo sia una prerogativa dei maschi. (lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, giallo con protagonista maschio - il mistero del london eye, giallo con protagonista maschio - smart, giallo con protagonista maschio - tutt'altro che tipico, non giallo con protagonista maschio). non sto dicendo che sono brutti libri, anzi, sto dicendo che questo mi lasciava spazio per scrivere una storia realistica con una protagonista autistica. la consapevolezza di poter dire qualcosa di diverso e non fare l'ennesimo libro stampino di cui non si sentiva il bisogno, per me è una leva molto importante (e di solito lo è anche per l'editore).

un'altra cosa che ho capito, è che scrivere un libro è un atto intenzionale. come fare un puzzle. non può succedere che rovesci i pezzi sul tavolo e magicamente si incastrano da soli. devi metterti lì, con pazienza, e dedicarci tempo. per questo affronto la fase di scrittura in modo militare. ogni giorno devo portare a casa almeno 600 parole. alcune volte sono 800 o anche 1.000, altre volte sono 100. nei giorni in cui sono solo cento o addirittura zero, cerco di essere comunque gentile con me stessa e di non darmi troppo addosso.

per tenere monitorati i progressi uso un'applicazione che si chiama write o meter e che restituisce degli schemetti e delle statistiche adorabili. 

vivo la fase di scrittura (e la vita intera) con una fretta indemoniata. non vedo l'ora di arrivare in fondo. ho bisogno di avere una prima stesura nel più breve tempo possibile. una cosa che mi ha aiutata moltissimo nel velocizzare il processo è stato l'aiuto impagabile di marika e dei suoi messaggi vocali, ogni volta che avevo un dubbio sulla durata della fase di diagnosi, sui meltdown, sulla sensorialità, chiedevo a lei e subito grazie ai suoi input proseguivo.

vista da qui, mi viene da dire che la fase di scrittura dell'inventario è stata facile, ma so che non è vero. se rileggo il quadernetto su cui scrivevo all'epoca, è pieno di dubbi e disperazione, paura di non arrivare in fondo. 

venerdì 11 giugno 2021

l'inventario delle mie stranezze - l'idea


quando ho iniziato a scrivere "l'inventario delle mie stranezze" era gennaio del 2020 ed ero certa che avrei scritto un libro sulla pasticceria. c'erano una nonna e una nipote e tante ricette di dolci.

ho passato mesi a fare scalette, sinossi, schede dei personaggi. ho anche scritto qualche pagina. eppure sentivo che la storia girava a vuoto, non mi convinceva.

poi, verso maggio, la svolta! non volevo scrivere un libro sulla pasticceria, ma uno sull'autismo.

il seme era stato gettato nel 2016, quando il mio fidanzato matematico mi aveva detto: "ma se tu fossi asperger?". aveva letto un articolo su come l'asperger femminile fosse sotto-diagnosticato perché le femmine hanno maggiori capacità mimetiche e già da piccole imparano a nascondere i tratti autistici imitando gli altri (masking). nelle caratteristiche che venivano elencate come tipiche dall'articolo, aveva mi aveva riconosciuta.
sul momento avevo minimizzato e scacciato la domanda con un gesto della mano. "ma va, figurati".
poi, però, ho iniziato a leggere, informarmi, iscrivermi a gruppi facebook sul tema. ho mollato la psicologa che mi seguiva perché mi aveva detto "lei, asperger? non è possibile, ha un buon contatto visivo", e ne ho scelta una specializzata in autismo. e mentre cercavo risposte per me, ho accumulato una quantità enorme di conoscenze, storie, vissuti, informazioni.

per me scrivere è sempre stato un modo per sistematizzare e rielaborare un argomento che mi sta a cuore. ho scritto "l'inventario delle mie stranezze" per rispondere alla domanda "ma se tu fossi asperger?".
ci sono voluti cinque anni per raccogliere informazioni, consapevolezza, testimonianze, parole. non l'ho fatto pensando che alla fine ne avrei scritto un libro, ma l'ho fatto con tutta la cura e l'attenzione possibili. 

so che non è un libro perfetto, ma spero che sia un buon libro.

lunedì 7 giugno 2021

l'inventario delle mie stranezze - la copertina



il 6 luglio uscirà il mio prossimo romanzo e avrà questa faccia. vi piace?

è molto arancione. 
la copertina che avevano messo come provvisoria nel catalogo che ne annunciava l'uscita era ocra e marrone, mi sembrava la copertina di un libro fantasy. questa mi piace MOLTO di più.
a realizzarla è stato uno degli studi grafici più prestigiosi e fighi in circolazione: theWORLDofDOT. hanno vestito e continuano a vestire una gran quantità di best-seller, tipo i romanzi di Maurizio De Giovanni. (immagino sia di buon auspicio)
la copertina di "maschiaccio e femminuccia" era pronta già a febbraio 2020, anche se il libro sarebbe uscito solo a luglio. quella dell'inventario si è fatta aspettare, ma più la guardo più la amo. spero la amerete anche voi.
oggi inizia per me il mese più lungo dell'anno, quello in cui mi preparo, e vi preparo, all'arrivo di un mio romanzo. spero che lo accoglierete con affetto.

potete ordinarlo da subito nella vostra libreria di fiducia, o su amazon: qui

venerdì 4 giugno 2021

chiedi alla scrittrice #15


quali sono i tuoi tic nella scrittura?

ho un'ossessione per gli schemetti, i grafici, i numeri. la sensazione di controllo che mi danno i numeri, permea ogni ambito della mia vita, non poteva quindi non entrare anche nella mia scrittura.

per ogni progetto di scrittura fisso un numero di parole complessivo, un target di parole giornaliero, imposto una data prevista di fine stesura e, a mano a mano che il progetto prende forma, aumento o diminuisco il numero di parole complessivo e/o giornaliero, e sposto la data di completamento. tutto questo viene registrato attraverso una app magnifica che si chiama writeometer.

questo è il grafico del romanzo "l'inventario delle mie stranezze" (il mio nuovo romanzo che uscirà a luglio, ormai lo sapete, vero?)



questo è il grafico del progetto cui ho iniziato a lavorare da pochi giorni con molta gioia e felicità. 



se avete letto il "chiedi alla scrittrice #5" sapete che per me scrivere è un tormento.
le prime 7000 parole di questa nuova storia sono state divertimento puro. per la prima volta ho avuto la sensazione che qualcuno mi dettasse. adesso è già di nuovo la solita agonia, come potete vedere dalla forma piatta che si sta delineando (se fosse l'andamento dei nuovi casi di coronavirus sarebbe una buona notizia), ma ho scoperto come ci si sente quando si è ispirati e nel flow e avvinghiati alla musa. wow.

un'altra follia legata alla scrittura è il fatto che oltre a sincronizzare tutti i file su dropbox e onedrive, ogni sera mi mando via mail il file su cui ho lavorato. vuoi mai che il pc, dropbox e onedrive mi abbandonino tutti nello stesso giorno.

terzo tocco di follia ossessiva, e poi la smetto altrimenti rischio il tso, è che nomino i file con "AAMMGG nome del progetto" (es: 210603 la famiglia preziosin, 210604 la famiglia preziosin...). ogni giorno, prima di cominciare a scrivere, duplico il file di testo del giorno precedente e lo rinomino con la nuova data. quindi sul desktop c'è una cartella che porta il nome del progetto, al suo interno ci sono tutti i file che riguardano quel progetto. se è un libro in lavorazione ci sono solo i file word (uno per ogni giorno in cui ho scritto, con la data relativa), se è un libro pubblicato ci sono dentro il contratto, i rendiconti, il cud, i file con le grafiche, il materiale promozionale...

e con questo folle post si chiude la rubrica #chiediallascrittrice.
dalla prossima settimana si cambia argomento. stay tuned!

martedì 1 giugno 2021

chiedi alla scrittrice #14


quali sono le tue abitudini di lettura?

leggere è una cosa che faccio tutti i giorni almeno per dieci minuti prima di andare a dormire.
sono un'amante del formato digitale, leggo quasi tutto in ebook. ho un kobo per leggere gli ebook presi in prestito da MLOL, e un kindle per leggere gli ebook in lingua inglese che acquisto dal kindlestore. leggo quattro tipi di libri: libri per ragazzi, libri di crescita personale, manuali di scrittura, romanzi non di genere.
in cartaceo leggo quello che non trovo in ebook, in quel caso faccio riferimento alla biblioteca che si trova a 600 passi da casa.
per alcuni mesi l'anno attivo l'abbonamento a storytel, per cui alla lista di libri letti aggiungo anche quelli ascoltati in formato audiolibro.

al momento sto leggendo: 
su kobo "l'arte di legare le persone" di milone, (romanzo)
su kindle "59 seconds", (crescita personale) 
in cartaceo "nonna gangster" (per ragazzi). 

su storytel sto ascoltando "nonna gangster" (in inglese): sì, alterno la lettura del libro cartaceo in italiano all'ascolto dell'audiolibro in inglese.  
ah, e nel frattempo sto scrivendo. due libri. contemporaneamente.

per tenere traccia di tutto questo casino di letture uso goodreads.

venerdì 28 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #13


come reagisci alle recensioni negative?

ci rimango sempre male quando leggo su amazon o goodreads che a qualcuno non è piaciuto quello che ho scritto. ovviamente vorrei che il mio libro fosse sempre trovato dai lettori giusti al momento giusto. 

le recensioni negative sono quelle che mi restano più impresse e le tengo in considerazione, soprattutto se c'è qualcosa che posso imparare per fare meglio, però spesso mi feriscono molto più del necessario. con alcune recensioni negative mi sono trovata d'accordo. in particolare con quelle che lamentano che il libro era troppo corto e frettoloso. hanno sempre ragione. non mi piace leggere libri lunghi, e non mi piace nemmeno scrivere libri lunghi. però è vero che alcune delle mie storie avrebbero meritato spazi più ampi di quelli che ho riservato loro. probabilmente dovrei parlarne in terapia, di quanta paura mi facciano i libri lunghi, da leggere e da scrivere.

non ho mai contestato una recensione negativa perché chiunque ha il diritto di esprimere quello che da un libro ha ricavato e perché ho visto scrittori fare figure imbarazzanti sui social attaccando persone che avevano avuto l'ardire di scrivere un parere non lusinghiero su una loro opera.
io, da lettrice, ho fatto una scelta piuttosto radicale: abbandono i libri che non mi piacciono per non dover mai lasciare una recensione negativa. arrivare in fondo a un libro che non è stato scritto per me mi rende inutilmente livorosa verso il libro, verso l'autore, verso il mondo. e ho deciso che nessun libro, nessun autore e nessun mondo meritano il mio livore. leggo per piacere e interesse personale, se la lettura di un libro non mi dà piacere né stimola la mia curiosità, lo lascio e basta.

mi piacerebbe che i miei lettori non si sentissero mai costretti a portare a termine la lettura di un mio libro. se non vi piace quello che state leggendo, lasciate stare. così non mi sento ferita dalle recensioni negative che scrive chiunque arrivi in fondo a un libro che ha detestato. 

[comunicazione di servizio: azzurropillin è anche un podcast, lo trovate su spreaker e spotify. l'ebook del romanzo "aria e altri coccodrilli" è in promozione gratuita permanente su tutti gli store (amazon, kobo, google play books, apple books), azzurropillin è anche una newsletter che arriva una volta al mese non sporca e non fa ingrassare. ci si iscrive qui]

martedì 25 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #12


com'è il tuo spazio di lavoro?

non ho una scrivania, non ho nemmeno una libreria. il mio spazio di lavoro sono io con il mio portatile. spazio che può essere ricreato ovunque: al tavolino di un bar, in biblioteca, sul treno (pandemia permettendo). 

quando sono a casa, scrivo semisdraiata sul divano. 

mi affascinano molto gli scrittori che hanno scrivanie più o meno ordinate, con scaffali pieni di libri, candele, frasi motivazionali, piante, soprammobili... io penso che mi distrarrebbe avere attorno tutta quella roba.
anche in ufficio ho una scrivania completamente sgombra: tastiera, mouse, schermo del computer. quest'anno ho aggiunto un calendario, grande tocco di personalizzazione.
mentre lavoro uso fogli, penne, ma poi metto tutto nel cassetto. probabilmente la donna delle pulizie pensa che non ci lavori nessuno: tranne quando in autunno mi cadono quintali di capelli e lascio sul pavimento l'equivalente di una parrucca. o quando fuori piove e faccio un macello di stampi sotto la scrivania. 

ci sono scrittori che per accompagnare la scrittura usano tazze di tè o di caffè, bicchieri di vino, biscotti. io quando scrivo non riesco a mangiare né a bere. se vado a scrivere in un bar, prima consumo quello che ho ordinato, e poi scrivo.

credo di essere arrivata alla conclusione che il mio spazio di lavoro è dentro la mia testa.

venerdì 21 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #11


che rapporto hai con il blocco dello scrittore?

quando termino un libro, mi capita di avere un blocco delle idee, di non sapere cosa scrivere dopo. a volte passo mesi interi temendo che non scriverò più nulla, che sono stata fortunata a scrivere fino a ora, ma che basta, ho esaurito le cose di cui mi interessava scrivere, sono finite le storie che avrei potuto scrivere solo io. ho questa idea per cui non voglio scrivere tanto per scrivere, ma voglio scrivere storie in cui credo e che sento di poter scrivere meglio di chiunque altro proprio per il fatto che sento mie. 

il blocco delle idee può durare anche anni, se non faccio nulla per forzarlo.

poi, però, succede che arriva una calamita, un frammento di idea magnetica che raccoglie intorno a sé, con forza, altri luoghi, personaggi, vicende. ed è attorno a quel frammento che inizio a costruire una nuova storia, a mettere insieme altre idee, organizzare il materiale, immaginare una successione di eventi. solo dopo una prima fase di riflessione, mi metto a scrivere.

può capitare che mentre scrivo mi trovi di fronte a un passaggio che non funziona, a una scena che non riesco a scrivere, a qualcosa che stride ed è in contraddizione con quanto già scritto. mi capita di non riuscire ad andare avanti, e questo blocco nella scrittura cerco di superarlo attraverso altra scrittura. prendo il mio quadernetto e scrivo cosa non mi convince, perché mi sono bloccata. mettendo a fuoco il problema cerco attraverso la scrittura di trovare la soluzione. 

alcuni dicono che il blocco dello scrittore non esiste. scrivere è un mestiere e non si è mai sentito di un meccanico che non ti cambia le gomme perché ha il blocco del meccanico, o di una parrucchiera che non taglia i capelli perché ha il blocco della parrucchiera.
io penso che esista e di esserne spesso vittima, ma non sono ancora a un punto della mia carriera di scrittrice in cui questa cosa è rilevante.

martedì 18 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #10


cosa pensa la tua famiglia di quello che scrivi?


la mia non è una famiglia di lettori. tutto quello che ho scritto, per anni, non è mai stato letto né dai miei genitori né dalle mie due sorelle. (per prendere in giro mia sorella minore, dico di lei che legge solo i necrologi.)
su quello che scrivevo ho sempre cercato pareri esterni, per lo più online. mandavo in giro racconti.
il fatto che la mia vita da scrittrice sia rimasta online per quasi vent'anni, ha permesso alla mia analogica famiglia di ignorare tutti i libri pubblicati solo in ebook, e tutti i racconti pubblicati su siti web e riviste digitali.

il mio fidanzato matematico aveva provato a leggermi e a darmi dei consigli. ma visto che non ero capace di distinguere me stessa dai miei testi, ha capito che non era aria e ha lasciato perdere. adesso non legge niente di quello che scrivo, tranne la lista della spesa. 

mia cugina tiziana è stata una delle mie prime fan. si era innamorata di un racconto intitolato "monica" e ogni volta mi chiede se ho qualcosa da farle leggere.

per mia mamma sono diventata scrittrice quando è uscita la prima edizione di "aria e altri coccodrilli", il primo libro pubblicato solo in cartaceo da un editore tradizionale. alla mia prima presentazione dal vivo, si è comprata il 20% dell'intera tiratura e l'ha regalata ad amiche e parenti. credo che lei, alla fine, il libro non l'abbia letto.

la pubblicazione di "maschiaccio e femminuccia" con einaudi ragazzi mi ha fatta rivalutare persino agli occhi di mia sorella maggiore, che è diventata testimonial ufficiale, spacciatrice, sponsor di caterina e riccardo. ha rifilato "maschiaccio e femminuccia" a chiunque. persino alla cassiera della conad. o della crai. o della coop. o forse a tutte e tre. per mesi mi ha girato via whatsapp i messaggi di amiche, parenti, lontane conoscenti, che a mano a mano che leggevano le facevano sapere.

spero che a luglio, quando uscirà  "l'inventario delle mie stranezze", la mia famiglia gli riservi la stessa calorosa accoglienza.

venerdì 14 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #9


rileggi i tuoi libri?

non amo rileggere i libri in generale. mi è  capitato di rimanere molto delusa in passato rileggendo romanzi che avevo molto amato. non erano più belli, emozionanti, profondi come li ricordavo. mi è capitato da ragazzina con "l'affresco" di laura guidi, è stato scioccante. la prima lettura era stata folgorante, non riuscivo a staccarmi dalle pagine. ero completamente immersa nel mondo di questo ragazzo che impara a fare il pittore a bottega nella firenze (?) del rinascimento (?). quando anni dopo l'ho riletto, in quelle pagine non ho trovato nessuna delle emozioni che la prima volta mi avevano travolta. quel libro era diventato un giocattolo rotto, un trucco di magia svelato.
e la stessa cosa è capitata con "scrivere zen" di natalie goldberg, "la fine della solitudine" di benedict wells e tanti, tanti altri.
ora, se un libro mi è piaciuto, non lo rileggo. mi sono convinta che leggere il libro giusto al momento giusto è un caso così fortuito, che è difficile ricapiti. un po' come vincere alla lotteria.
quando rileggo un libro che mi era piaciuto e resto delusa, provo sempre un misto di pena e tenerezza per la me del passato, penso di essere stata un'ingenua a lasciarmi abbindolare da un testo di nessun valore.
rileggere i miei libri mette in moto lo stesso meccanismo. con l'aggravante che sono doppiamente delusa e in imbarazzo con me stessa.
nei giorni scorsi, einaudi mi ha mandato "l'inventario delle mie stranezze" editato, da revisionare. quindi non solo sono costretta a rileggermi, ma sono costretta a farlo con un grado di attenzione e profondità molto superiore. (ho dovuto rileggerlo non una, non due, ma per ben tre volte in pochi giorni)
le montagne russe emotive che mi provoca rileggere quel libro con tutte le note e gli appunti di chi è intervenuto sul testo sono difficili da gestire.
sono felice, e lusingata, e mi sento fortunata. ma sono anche terrorizzata: e se quando esce nessuno se ne accorge? e se chi se ne accorge dice che fa schifo? e se non trova i lettori giusti? e se io sono una pessima scrittrice? e se non riuscirò mai più a scrivere e a pubblicare niente? e se chi sta lavorando al libro in casa editrice pensa che sia la peggior cosa che si siano mai messi in catalogo? e se la copertina sarà brutta? (ok, questo non c'entra e non dipende da me, però la faccia di un libro è importante. quando alla scadenza del contratto ho potuto dare ad "aria e altri coccodrilli" la copertina che volevo è stato davvero un sollievo. ma non è stato sufficiente a farmi rileggere il libro)
credo che rileggere (i miei libri, e quelli degli altri) significhi tornare al passato, ed è una cosa che non mi piace. non sono affatto una persona nostalgica, mi penso in un'ottica di continuo miglioramento, tutto quello che è venuto prima è stato peggiore di quello che verrà, quindi non c'è nessun motivo per guardarsi alle spalle. (non ho mai capito gli adulti che dicono ai bambini e agli adolescenti "beata gioventù, che bella età, i migliori anni")
ci sono troppe nuove pagine da leggere per indugiare su pagine già vissute.

martedì 11 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #8



quanto hai guadagnato dai tuoi libri?

iniziamo col dire come guadagna un autore. l'autore che si autopubblica guadagna dalla/e piattaforma/e in cui vende i suoi libri una percentuale che varia tra il 30 e il 70% del prezzo di copertina. (per approfondire suggerisco questo articolo di libroza, non è recentissimo ma è ancora buono per farsi un'idea)

se l'autore firma un contratto con un editore, l'autore guadagna una percentuale dalle vendite che può andare dal 4-5% fino al 10% per l'edizione cartacea. per semplificare diremo come gli americani, "one book one buck", che in italiano traduciamo con "una copia venduta dall'editore, un euro incassato dall'autore". (per approfondire suggerisco questo articolo di bookblister, non è recentissimo ma è ancora buono per farsi un'idea)

forse nel confronto tra la percentuale che arriva all'autore con il self, e quella che gli arriva con l'editore, vi sembrerà folle che ci sia ancora qualcuno che si rivolge all'editoria tradizionale. con amazon ogni mese mi arriva il 70%, perché devo affidarmi a un editore che, se mi va bene, mi dà il 10% sulle vendite una volta l'anno? perché il selfpublishing non è gratis. non carichi un file e ciao. cioè, puoi anche farlo, ma difficilmente venderai più di una copia.
affinché un libro sia appetibile, serve una copertina professionale (diciamo circa 100 euro, è un prezzo molto indicativo, si trovano copertine preconfezionate a molto meno e copertine illustrate a molto di più).
per fare in modo che il lettore non inorridisca guardando l'anteprima gratuita serve un editing e una correzione di bozze (in base alla lunghezza del testo e alle tariffe del professionista cui ci si rivolge, il prezzo varia, ma può arrivare tranquillamente a 1.000 euro per un testo di 300 pagine), poi potrebbe esserci bisogno di impaginarlo, e ovviamente bisogna promuoverlo: se nessuno sa che un libro esiste, nessuno lo compra.
certo la promozione si può fare da sé, contattare i blogger, farsi conoscere attraverso i social. ma richiede un sacco di tempo e molta pazienza. è più facile e veloce pagare le inserzioni su amazon o su facebook. volendo si può arruolare un ufficio stampa, ma in questo modo i costi lievitano in fretta. autopubblicare (o autoprodurre) un libro significa ricoprire tutti i ruoli che in una casa editrice vengono svolti da diverse figure professionali. quindi pubblicare con un editore significa liberarsi di parecchio lavoro (copertina, editing, distribuzione, una piccola parte della promozione) e sperare di usare il prestigio del suo marchio - se ce l'ha - e la sua capacità di distribuzione per vendere più copie. 

esempio concreto. facciamo finta che abbia scritto un libro di 350 pagine e che mi autopubblichi. ho fatto quasi tutto da me e i due professionisti cui mi sono rivolta sono solo un grafico per la copertina e un editor per la revisione del testo. in tutto ho speso mille euro.
vendo l'ebook a €2,99 e guadagno circa €1,60 a copia. solo per rientrare nei costi devo vendere 650 ebook. se realizzo anche il cartaceo e ho un margine un po' più alto, magari mi basta vendere 4-500 copie, un po' in ebook e un po' in cartaceo. sembrano poche, in realtà sono moltissime per il mercato italiano. in italia, infatti, i libri che vendono più di 500 copie l'anno sono meno del 10%. capite quindi che autopubblicarsi non è poi tutto questo carnevale di rio.
dite che bisognerebbe vendere a prezzi più alti? io ho già nelle orecchie il coro di "ma un ebook a 5 euro è una follia" e soprattutto: chi acquista l'ebook di un esordiente a 5 euro se con le varie offerte del giorno, della settimana, del mese... con 99 centesimi ti porti a casa l'ebook  di uno scrittore famoso pubblicato da un grande editore?
dite che allora bisogna risparmiare sui servizi professionali e farsi la grafica e la revisione da sé? se un libro confezionato in modo professionale fatica a farsi conoscere e a trovare lettori, un libro confezionato in modo approssimativo e amatoriale non ha nessuna possibilità di essere apprezzato. 

e adesso vediamo il mio caso specifico. ho iniziato a (auto)pubblicare nel 2012. sono quella che viene definita "autrice ibrida", pubblico un po' in self e un po' tradizionalmente. ecco tutti i libri da cui ho guadagnato in questi anni.





* childfree - sono un mostro non voglio avere figli

* sono uno scrittore ma nessuno mi crede

* non un romanzo erotico

* roba da self-publishing

* ti voglio bene lo stesso

* 100 e più cose da sapere per chi vuole visitare Vienna

* annunci facebook per scrittori

* aria e altri coccodrilli 

* maschiaccio e femminuccia

* l'inventario delle mie stranezze 

per dieci libri ho incassato meno di 5.000 euro. in 9 anni. 

a questa cifra bisogna sottrarre i soldi spesi tra annunci facebook, grafiche di copertina (per i libri in self), pieghe dal parrucchiere per andare alle presentazioni, biglietti dei mezzi per recarmi alle presentazioni, corsi di scrittura, consulenze editoriali, manuali...
solo negli ultimi sei mesi ho speso quasi mille euro in corsi online. non dubito di aver reinvestito tutto quello che ho guadagnato, se non di più!

si vive di scrittura? io sono ben lontana dal riuscirci. avrei potuto guadagnare di più? certamente. scrivendo cose più commerciali, pubblicando più libri, magari dello stesso genere, all'interno della stessa serie...
ci sono autori italiani che vivono di scrittura? certo. ma il 90% degli autori  - self e/o pubblicati tradizionalmente - vende e guadagna (molto) meno di me.
lo so che in giro c'è gente che promette di fare i soldoni pubblicando su amazon, ma è molto più difficile di quanto vogliano farvi credere. e bisogna investire migliaia di euro in anticipo.

ah, dimenticavo i 5mila euro di cui vi dicevo... si intendono lordi (se siete autori e avete dei dubbi sulle questioni fiscali, vi suggerisco di ascoltare questo episodio del podcast di sara gavioli )

trovate i miei libri tutti insieme su amazon, o su goodreads.

venerdì 7 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #7



quando e quanto scrivi?


per lunghi periodi non scrivo. penso a quello che potrei o vorrei scrivere. impiego mesi interi, di solito, per trovare un'idea che mi convinca al punto di mettermi a scrivere.
proprio perché scrivere non mi viene facile, l'idea deve essere così potente e interessante per me, da farmi superare la resistenza che provo al pensiero di soffrire davanti alla tastiera per ore e ore e giorni e mesi.

quando decido di mettermi a scrivere seriamente perché l'idea mi convince, attuo una strategia militare. cascasse il mondo devo portare a casa 600 parole al giorno, tutti i giorni. sono circa due cartelle, una quantità che ho capito essere la misura ideale: né troppo da scoraggiarmi e portarmi al burn out, né poco da non tenermi motivata.
quando non c'era la pandemia, lasciavo lo smartphone a casa, andavo in biblioteca o in un bar con il mio bel portatile, e digitavo allegramente. l'idea era quella di trovarmi in un posto in cui non conoscessi la password del wi-fi e potessi scrivere senza la distrazione di internet.

adesso che c'è la pandemia e non si può andare da nessuna parte mi tocca scrivere a casa, ma scrivere a casa significa scrivere connessa a internet, cosa che mi procura una quantità immensa di distrazione, procrastinazione, disperazione. no, non posso staccare il wi-fi perché il mio fidanzato matematico deve lavorare. quando eravamo a vienna il matematico si portava il modem in ufficio per togliermi internet e costringermi a scrivere.

dato che la mattina lavoro, scrivo preferibilmente di pomeriggio. ma non è raro che mi ritrovi la sera alle 21 senza aver scritto un tubo e con l'obbligo di quelle 600 parole che incombe sulla mia testa come un'ascia. 

se fossi bravissima, scriverei prima di andare in ufficio. togliersi dal groppone l'incombenza appena alzata sarebbe meraviglioso, ma amo molto dormire, e scrivere al mattino presto non è una cosa che mi entusiasmi. per cui non sono bravissima. ma in un modo o nell'altro a suon di portare a casa 600 parole i libri li scrivo. uno all'anno, come cavando fuori sangue dalle rape. ma sto cercando di migliorare.

martedì 4 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #6


quali sono i manuali di scrittura che consigli?

per molto tempo ho pensato che per imparare a scrivere avrei dovuto padroneggiare la tecnica: sapere come si scrive un incipit accattivante, come si creano personaggi tridimensionali, come si struttura la trama, come ci si presenta agli editori...

i miei manuali del cuore (quelli che ho letto prima dei trent'anni e di cui conservo un bel ricordo di lettura, anche se non ricordo assolutamente nulla del contenuto) sono:

scrivere è un tic di francesco piccolo: è una raccolta divertente delle esperienze di altri scrittori. è in una collana di minimum fax di cui ho letto parecchi titoli tra cui un altro che ho apprezzato è pronto soccorso per scrittori esordienti di jack london

(non) un corso di scrittura e narrazione di giulio mozzi: di questo libro ricordo in particolare la lezione sul dialogo. l'ho trovata illuminante.

78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato e 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo di pat walsh: di questo non ricordo nulla, tranne che l'ho comprato alla fnac di torino perché mi piaceva il titolo.

dalla lettura di quasi cento manuali, nel 2013 ho pubblicato per zandegù editore "sono uno scrittore ma nessuno mi crede" una sorta di bignami che raccoglie i consigli e le indicazioni riguardanti la scrittura che mi erano stati più utili fino a quel momento. su kobo mi hanno lasciato una recensione a una stella che dice: "se fosse facile conquistare un editore come dice la scrittrice...", io ho conquistato diversi editori seguendo proprio quei consigli.

in tempi più recenti ho capito che va bene conoscere la teoria, ma quello che più conta è il mindset l'atteggiamento mentale con cui scrivi, con cui ti pensi come scrittore, con cui vivi l'attesa. ho quindi indirizzato le mie letture verso manuali che potessero aiutarmi a migliorare il mio modo di dedicarmi alla scrittura. ecco i miei preferiti:

tieni duro! 10 regole per essere creativi anche quando tutto rema contro di austin kleon: è un librino breve e veloce con una carrellata di riflessioni interessanti su cosa significhi essere creativi e su come coltivare la propria creatività. uno dei concetti che ho fatto mio è: concentrati sul verbo, dimentica il sostantivo. non pensare di essere uno scrittore, scrivi. solo praticando il verbo si diventa il sostantivo

la via dell'artista di julia cameron: un percorso in dodici settimane, ricco di esercizi, per ritrovare e potenziare la propria creatività.

la scrittura è difficile di marco freccero: un punto di vista sullo scrivere che parte dalle stesse mie premesse, e arriva in un luogo molto più sicuro ed equilibrato di quello in cui mi trovo.

in inglese consiglio:

you are a writer di jeff goins: è uno dei pochi manuali che ho riletto. forse è quello che più di tutti mi ha aiutato a liberarmi dall'idea che sono gli altri a dovermi autorizzare, a darmi il permesso di scrivere. 

dear writer, you need to quit di becca syme: dal titolo si potrebbe pensare che l'autrice consigli agli scrittori di smettere di scrivere. non è così, l'autrice dice agli scrittori cosa dovrebbero smettere di pensare per essere scrittori più felici. uno dei suoi suggerimenti chiave è "metti in discussione la premessa" qualunque sia. per esempio: per essere un bravo scrittore devi strutturare la trama, devi scrivere tutti i giorni, devi pubblicare almeno x libri al mese. nessuna di queste cose è vera né obbligatoria. ognuno ha il suo modo e se funziona è valido.

the successful author mindset di johanna penn: l'autrice è la regina indiscussa del self publishing e nessuno meglio di lei ha un atteggiamento positivo e improntato all'abbondanza.

sabato 1 maggio 2021

chiedi alla scrittrice #5


per te scrivere è un divertimento o un tormento?

scrivere non mi diverte, non scrivo velocemente, perché nessuno mi detta. sono molto veloce a digitare a tastiera cieca, se qualcuno mi dettasse sfornerei romanzi a volontà. 

invece, quando scrivo, ho spesso l'impressione di dover dissotterrare le parole a mani nude. scrivo lentamente, con fatica, tornando più e più volte sulle stesse frasi, gli stessi paragrafi. 
scrivo in fretta solo le frasi e i paragrafi che ho già elaborato in testa, ma una volta trascritti impiego molto tempo a trovare nuove frasi e nuovi paragrafi.

invidio molto gli scrittori per cui la scrittura sgorga naturale come acqua da una fonte. a me non succede così. so che ci sono autori che riescono a scrivere anche cinquemila parole al giorno, che dettano i libri al registratore. il mio processo di scrittura è lento, faticoso, doloroso. mi sono sempre sentita una scrittrice inadeguata per per il fatto che scrivere, per me, non è un'allegra passeggiata nei campi fioriti, ma un percorso di guerra fatto sui gomiti, strisciando sotto al filo spinato.
solo di recente ho letto un manuale che mette in discussione la premessa che solo chi sforna ventimila battute al giorno è un vero scrittore.
ognuno ha il suo modo e i suoi tempi, e ogni processo creativo ha lo stesso diritto di esistere, fintanto che porta al risultato sperato.

come diceva qualcuno, "a me non piace scrivere, piace aver scritto". così come non mi piace correre, né pulire casa. mi piace aver corso e aver la casa pulita.
però per ottenere il risultato c'è un unico modo: passare attraverso il processo. e quindi scrivo. perché aver scritto mi piace e mi dà soddisfazione e mi fa stare bene.

martedì 27 aprile 2021

chiedi alla scrittrice #4


quali sono i soldi meglio spesi come scrittore?

ho iniziato a quattordici anni a spendere soldi per diventare scrittrice. nell'arco di 25 anni ho speso migliaia di euro in manuali e corsi di scrittura, più di recente ho speso alcune centinaia di euro in annunci sponsorizzati su facebook, editing e consulenze editoriali varie. eppure questi soldi, che ho sicuramente investito per migliorare la mia scrittura e far splendere e far conoscere le mie storie, mi sembrano comunque soldi spesi come persona, al pari del denaro impiegato per andare al cinema, per praticare il running o per viaggiare.

dire quale sia stato il miglior investimento è difficile. sicuramente ha avuto grandissimo impatto il manuale "scrivere zen" di natalie goldberg, anche se ora non è più uno dei miei punti di riferimento. ho un bellissimo ricordo del corso sullo "scrivere di sé" tenuto da eric minetto nel 2010, di recente ho letto "dear writer, you need to quit" e ne ho ricavato degli ottimi spunti, che continuo a rigirarmi in testa.

credo che tutti i soldi spesi siano serviti, se non nell'immediato in quello che in inglese chiamano "the compound effect" che in italiano viene forse tradotto con "effetto valanga" ma che io immagino come i puntini di un quadro puntinista. il puntino in sé non vale un granché, ma è nel contesto di molti puntini vicini che ogni corso, manuale, consulenza crea un senso e aumenta il valore.

sabato 24 aprile 2021

chiedi alla scrittrice #3


qual è il primo libro che ti ha fatta piangere?

non sono sicura che sia stato il primo, e sono certa che oggi non mi farebbe piangere affatto. ma ho un ricordo molto vivido di quanto ho pianto, da adolescente, per il finale di "le parole che non ti ho detto" di nicholas sparks.

dovevo avere più o meno sedici anni. sicuramente era un libro preso in prestito in biblioteca. ho una memoria molto chiara di me che vado in bagno, mi siedo davanti alla porta per un po' di tranquillità e privacy appositamente per leggere le ultime pagine. e a un certo punto ho gli occhi così pieni di lacrime che non vedo neanche cosa leggo. e mi soffio il naso con la carta igienica e sono disperata. veramente sto annegando nelle lacrime. me le asciugo un po' con la carta e un po' con la maglia e cerco disperatamente di non bagnare le pagine.

a oltre vent'anni di distanza, ho idea di quale fosse la trama di "le parole che non ti ho detto"? nessuna, nemmeno la più vaga. non so niente di cosa succeda in quel libro. so solo che ho pianto. tanto. 

ancora oggi mi capita di piangere per i libri. ho pianto per "proibito leggere", in cui non succede davvero niente per cui uno dovrebbe mettersi a piangere. ho pianto per "l'anno in cui imparai a raccontare storie", che potrebbe commuovere anche voi se siete nel mood giusto.

ho pianto anche con la serie tv "la regina degli scacchi". e piango anche per la sindrome premestruale che mi fa credere che moriremo tutti malissimo. 

poi per fortuna sforno una torta al cioccolato e passa.

mercoledì 21 aprile 2021

chiedi alla scrittrice #2


per la rubrica "chiedi alla scrittrice" ho deciso di rispondere a domande a caso prese da questa lista (in inglese). se volete farmi una domanda, chiedete pure, scegliendo dalla lista oppure no.

la domanda a cui risponderò oggi è: "cerchi il tuo nome su google?"

e la risposta è: sì, mi cerco su google, in alcuni periodi anche più volte a settimana, per esempio a ridosso dell'uscita di un mio libro.
non ho omonime per cui tutti i risultati relativi al mio nome e cognome appartengono solo a me. a volte mi cerco con il browser in incognito, a volte cerco solo i risultati relativi all'ultima settimana o all'ultimo mese, a volte cerco solo le foto.
altre volte cerco il mio nome insieme al titolo di uno dei miei libri.
di recente ho riattivato le notifiche di google per i nuovi risultati di ricerca col mio nome. se da qualche parte su internet qualcuno scrive qualcosa su di me, io ricevo una email.

quando partecipo a un concorso e sto aspettando i risultati, faccio refresh alla pagina in cui penso pubblicheranno i nomi dei vincitori anche ogni minuto. e comunque, oltre al refresh compulsivo, attivo uno di quei servizi che ti avvisano se una determinata pagina web è stata aggiornata, così anche se non sono davanti al pc a fare refresh, in caso di aggiornamenti ricevo una notifica per email.

è un comportamento ossessivo? sì
dovrei smettere? sì

il mio fidanzato matematico ha un omonimo di barletta. quando il suo omonimo sbaglia a dare l'indirizzo email, il matematico riceve preventivi, ricette mediche, e conferme di iscrizioni a siti in cui si vendono auto.
quando il matematico cerca il suo nome su google, i risultati sono contaminati dalla presenza di altra gente che si chiama come lui.
invece io sono unica e incontaminata.

domenica 18 aprile 2021

cose a caso


  • ho sfornato una torta al cioccolato
  • ho messo online il primo episodio del mio podcast: ho letto ad alta voce i frammenti su #miopadre. potete ascoltarlo su spreaker o su spotify
  • a luglio uscirà il mio prossimo romanzo e oscillo già tra: "oddio, non se ne accorgerà nessuno" e "oddio, tutti si accorgeranno che fa schifo"
  • a gennaio mi ero presa tre impegni: camminare almeno 5mila passi al giorno, fare yoga tutti i giorni, scrivere almeno un post nel blog a settimana (è aprile e ho completamente svaccato)
  • ho scritto un libro su kathrine switzer e sto cercando un editore che si appassioni alla sua storia quanto me (ma ogni volta con gli editori è come non aver mai pubblicato niente - a meno che non si sia autori di bestseller sei sempre un esordiente)
  • ho vissuto nella menzogna per vent'anni: il matematico aveva giurato di schifare gli yogurt e ieri ha mangiato un vasetto di yogurt bianco
  • ho in mente un libro di non fiction ma non ho voglia di scriverlo. vorrei averlo già scritto perché l'idea è fighissima
  • la prossima settimana dovrebbero arrivare gli operai a pulirci la muffa, sto già in ansia perché so che righeranno il parquet
  • l'ebook di "aria e altri coccodrilli" è scaricabile gratuitamente da amazon, kobo, google play books, apple books
  • dopo "la regina degli scacchi" e "chiedi al mio agente" non sono più riuscita ad appassionarmi a una serie tv. il matematico mi ha fatto vedere la prima puntata di "deadwood" (una roba western) e di "bend of brothers" (una roba di guerra). cassate entrambe.
  • ho riaperto la newsletter, se eravate già iscritti dovreste aver ricevuto una mail il giorno di pasquetta (con una notizia top secret che non vedo l'ora diventi ufficiale per poterla urlare ai quattro venti), se non siete ancora iscritti potete farlo da qui (mi sono lasciata convincere dai guru che sostengono che la newsletter è indispensabile)
  • non riesco più a leggere narrativa. al momento sono ripiegata sui manuali per scrittori
  • ho voglia di pizza fritta

giovedì 15 aprile 2021

chiedi alla scrittrice #1


in attesa di diventare una scrittrice famosa e richiestissima ho deciso di iniziare a prepararmi a rispondere alle domande. in una chiacchierata (rigorosamente online) con una quinta elementare mi è stato chiesto "hai mai pensato di avere dei figli?".

e presa totalmente alla sprovvista ho risposto "certo, moltissime volte. ma passiamo alla prossima domanda, eh". al termine dell'incontro mi sono mangiata le mani, perché dare la risposta giusta avrebbe amplificato e fatto meglio comprendere il messaggio del mio romanzo "maschiaccio e femminuccia". (da qui il desiderio di prepararmi a rispondere alle domande)

sì, ho pensato milioni di volte alla questione figli e sono certissima di non volerne. anche se attorno a me tutte le mie coetanee hanno tra uno e tre figli. non credo di conoscere nessuna temeraria che ne abbia quattro, ma non dubito che ce ne siano. e se non li hanno li desiderano. e quindi io sono quella strana, che deve difendere la sua posizione di donna senza figli.

ma questo conflitto tra quello che uno sa di essere e di volere, e quello che gli altri decidono che tu debba essere e volere, non è una prerogativa dell'età adulta. fin da bambina ho percepito in modo molto forte le aspettative degli altri su di me.

anche riccardo e caterina, i protagonisti del mio romanzo "maschiaccio e femminuccia" sanno di essere e di fare cose che non sono previste per loro, e la tentazione potrebbe essere quella di abbandonare le proprie inclinazioni e passioni per essere accettati dagli altri. caterina potrebbe pettinare le bambole, riccardo potrebbe smettere di intrecciare braccialetti e chiedere a sua sorella di insegnargli a tirare di boxe. 

ma nessuno sa meglio di te come essere te, perché lasciare che gli altri decidano chi devi essere e cosa devi fare, solo per soddisfare delle presunte caratteristiche di "normalità"?

quindi sì, mi sono chiesta se volessi avere figli, e mi sono risposta che no, non avrò figli perché so che averne non mi renderebbe felice. perché sono felice nella mia vita di donna senza figli. e non farò figli per far contente altre persone che non sanno cosa significa essere e sentire quello che sono e che sento.

credo sia importante imparare fin da piccoli a difendere la propria identità, le proprie passioni, i propri interessi, il proprio sentire. è questo il messaggio che volevo dare con "maschiaccio e femminuccia" ed è questo che cerco di fare anche per me stessa.


se vi state chiedendo da dove sia uscita quella domanda... ho avuto la malaugurata idea di iniziare l'incontro dicendo "non sono una maestra né una mamma, quindi state tranquilli, non vi do voti né niente".

se avete domande da farmi, scrivetele pure nei commenti, risponderò nelle prossime puntate della rubrica #chiediallascrittrice

venerdì 2 aprile 2021

giornata mondiale per la consapevolezza sull'autismo



Non si avvicina, non mi guarda, si siede di fronte a me, appoggiando la schiena al muro opposto e basta. Io non dico niente, lui non dice niente. Io mastico, lui guarda un punto alla mia destra, come se non fossi sola e accanto a me ci fosse qualcun altro di più interessante. Mangio in silenzio, un po’ in imbarazzo. Dovrei dire qualcosa? Dovrebbe dire qualcosa lui? Per fortuna sta lontano, non fa domande difficili, non mi guarda in faccia. Non ha ancora detto niente di sgradevole nei miei confronti. Mi rilasso. Se stare con gli altri fosse sempre così facile, potrebbe persino piacermi. Ma di solito non funziona così. La gente ha un sacco di pretese inespresse: pretende di essere guardata in un certo modo negli occhi, ma non troppo o non in un modo che loro reputano strano, si aspetta di parlare soprattutto di cose inutili e senza senso tipo il tempo atmosferico, chiede “come stai?” anche se non vuole una risposta diversa da “bene”, dice “ci si vede” o “ti chiamo domani” anche se spera di non vederti mai più e domani non ti chiamerà. Ma questo ragazzo, per ora, non sembra avere pretese del genere, per fortuna.


Questo brano è tratto da "L'inventario delle mie stranezze" il mio prossimo romanzo in uscita per EL a luglio. è un libro che racconta la sindrome di Asperger dal punto di vista di Agata, una ragazza che frequenta la prima media, sa di non essere come le sue coetanee e passa il tempo esercitandosi per le olimpiadi di matematica con un tipo strano che si fa chiamare Spettro.
Se vuoi restare aggiornat* su questa nuova pubblicazione, iscriviti alla mia newsletter da questo link: https://tinyletter.com/azzurropillin


Se vuoi acquisire maggiore consapevolezza sull'autismo, anche al di fuori del 2 aprile segui:

Fabrizio Acanfora: instancabile divulgatore, autore di "Eccentrico" un saggio autobiografico che racconta l'autismo da dentro. Sempre suo, il nuovissimo: "In altre parole - Dizionario minimo di diversità" che riflette sulle parole che usiamo per parlare non solo di autismo, ma di qualsiasi cosa si collochi fuori da quella che viene definita come "normalità"

Bradipi in Antartide: bravissima disegnatrice che racconta il suo punto di vista sull'autismo attraverso un simpatico bradipo che interagisce con i pinguini

Neuro-peculiar: è nat* con l'intento di normalizzare il concetto di neurodiversità. in particolare ha un utilissimo canale youtube ricco di video in cui persone neuroatipiche raccontano la loro neuroatipicità rispondendo alle domande più comuni. Oggi per tutto il giorno organizza un evento in cui intervengono persone autistiche. Andate sulla loro pagina per scoprire il programma.

Solitamente l'autismo è visto come una malattia invalidante da curare, qualcosa da cui si è affetti e di cui le persone soffrono, che comporta deficit in ambito relazionale, deficit nella comprensione del linguaggio non verbale, deficit nel campo delle funzioni esecutive (quando l'autismo non è evidente, di solito la persona viene ritenuta pigra, strana, asociale... comunque non autistica).
Questa narrazione nasce dal fatto che l'autismo viene per lo più raccontato da persone neurotipiche.
I tre profili che vi ho segnalato lavorano affinché nasca una nuova consapevolezza sull'autismo capace di raccontarlo come differente organizzazione del sistema nervoso: quindi come uno dei modi possibili di essere, né migliore né peggiore ma semplicemente differente da quello predominante.

Vi consiglio di seguire questi hashtag: 
#NothingAboutUsWithoutUs 
#VociAutistiche 
#RompiamoleBolle

Bonus, in lingua inglese, questi due canali youtube:

https://www.youtube.com/user/AtheistRockstar
https://www.youtube.com/channel/UC-FpBZR7DbpvNj5UrFN8qUA

Bonus, romanzo per ragazzi, appena uscito grazie a Uovonero Edizioni scritto da autrice autistica: "Una specie di scintilla"

venerdì 19 marzo 2021

considerazioni finali sul progetto #miopadre


ho raccolto i ricordi che avete letto fin qui verso settembre dello scorso anno. volevo farne un romanzo, o meglio, una mosaic novel. l'idea mi era venuta leggendo clinamen di sara gavioli (libro che ho molto amato e che vi consiglio di leggere). come lei, avrei preso dei microracconti, delle unità indipendenti, e le avrei accostate per costruire una storia coerente.

scrivendo mi sono resa conto che la banalità del male mal si sposava con la necessità di una narrazione di essere movimentata e orientata alla crescita. mi sembrava che avrei continuato a scrivere sempre lo stesso frammento, leggermente diverso dagli altri, ma nella sostanza identico. del resto le dinamiche familiari si ripetono sempre uguali.  

questi episodi sono selezionati, ma costituiscono meno dello 0,01% della mia infanzia. per il restante 99,9% ho avuto dei giorni "normali", una famiglia normale. mio padre mi leggeva la storia della gallina emma e quella dell'orsetto tuttafretta, mi faceva fare i giri in moto seduta sul serbatoio della gilera rossa, portava me e mia sorella cinzia a vedere la macchina di mattia nel bosco (un catorcio avviluppato dalle piante), usava le sue doti di aggiustatutto per riparare i danni che facevo in continuazione, tra cui il peggiore: rompere la baby mia di mia sorella sculacciandola come era stata sculacciata Flo nella puntata di "L'isola della piccola Flo" che mia sorella si era persa e che io cercavo di raccontarle. 

che bisogno c'era di pubblicare questi ricordi? perché l'ho fatto? cosa volevo dimostrare?

non ne ho idea.

nel 2015, quando per la prima volta ho raccontato queste cose ad alta voce alla mia terapeuta chiedendole cosa avrei dovuto fare, come avrei potuto perdonare mio padre o ricostruire un rapporto con lui, la psicologa mi ha risposto: "lei è una donna intelligente, se ci fosse una soluzione semplice l'avrebbe già trovata".

ho smesso di parlare a mio padre nel 2011, quando per chiudere una discussione con mia sorella Chiara le ha dato uno schiaffo così forte da spaccarle un labbro. (ho raccontato questo episodio, romanzandolo, nel racconto non dirlo a nessuno

non ho una versione di mio padre, non posso dar voce alla sua infanzia, ai suoi ricordi. probabilmente tutto troverebbe una motivazione d'essere. forse su di noi ha finito per replicare il tipo di educazione che ha ricevuto, perché era l'unica che conosceva.

le mie sorelle non condividono con me questo tipo di narrazione. loro continuano a mantenere un rapporto con mio padre. anche se io non me ne capacito. com'è possibile che io non parli a mio padre, da quando mio padre ha dato uno schiaffo a mia sorella. mentre mia sorella, che quello schiaffo se l'è preso, è passata sopra a quell'episodio?

mi sento come se fossi vissuta nel mondo di coraline immaginato da neil gaiman. è come se fossi stata cresciuta dall'altro padre, quello con gli occhi a bottone, che si trova dietro una porta murata. ma è possibile? perché io e le mie sorelle abbiamo una percezione così diversa di quello che è stata la nostra vita in famiglia?

la cosa che mi ha colpita è che qualche settimana fa, proprio mentre pubblicavo i frammenti, mio zio ha condiviso con me questa notizia:


in sostanza, galia oz, la figlia di amos oz ha scritto un'autobiografia raccontando che mostro sia stato per lei suo padre, il famoso scrittore amos oz.
se come galia oz scrivessi un'autobiografia, di sicuro non la inizierei come ha fatto lei, è vero che mio padre mi ha picchiato, ha imprecato contro di me e mi ha umiliata. ma non ho l'impressione di aver vissuto in una "routine di sadico abuso". 
però alcune simmetrie ci sono e una in particolare la trovo inquietante: che bisogno c'era che questa donna fosse una scrittrice per bambini? (sì, sono una scrittrice per ragazzi. con EL - lo stesso editore che pubblica gianni rodari - ho pubblicato "maschiaccio e femminuccia". a luglio di quest'anno uscirà: "l'inventario delle mie stranezze")

la domanda che resta è: com'è possibile crescere nella stessa famiglia, con gli stessi genitori, e costruire della stessa persona un'immagine così diversa?

PS: quella nella foto sono io

mercoledì 17 marzo 2021

elettromeccanico bruciatorista



Mio padre ha sempre riparato tutto. Non abbiamo mai avuto bisogno di chiamare un idraulico, un elettricista, un caldaista. Se si rompeva qualcosa in casa, mio padre la aggiustava: lavatrici, trattori, tosaerba, frullatori, ferri da stiro, aspirapolveri, seghe elettriche. Mio padre li apriva, li smontava, ci trafficava dentro e li rimontava, e quel suo trafficare aveva sistemato tutto.

Quand'ero piccola andavamo in giro per le case a riparare le cose degli altri: lui guardava un dado e mi diceva, passami la chiave da 7, ed era quella della misura perfetta.

Nella sua officina c'erano sempre ferri da stiro, aspirapolvere, mixer da cucina aperti sul banco di lavoro. Per un periodo, mia madre ha pagato la sua parrucchiera in phon riparati. 

A un certo punto mio padre si era fatto stampare un mazzetto di biglietti da visita. Erano in una scatola trasparente di plastica color grigio scuro. Dentro c'erano questi cartoncini bianchi elegantissimi e, sotto il nome di mio padre, c'era scritto “elettromeccanico bruciatorista”. Non avevo idea di cosa significasse, mio padre era un operaio, quando mi aveva portato nella fabbrica in cui lavorava ero rimasta scioccata. Era immensa, polverosa, piena di macchine opprimenti che emettevano un rumore assordante. Anche gridando a pieni polmoni non sarebbe stato possibile farsi sentire. 

Quei biglietti da visita non avevano niente a che fare con le mani tozze, dure, sempre sporche d'olio di mio padre. 

Una delle mie più grandi preoccupazioni era cosa avrei fatto una volta uscita di casa se si fosse guastata la caldaia, o se il rubinetto avesse iniziato a perdere acqua.

Andando via di casa ho scoperto che le cose non si rompono così di frequente, che mio padre non è l'unico in grado di aggiustarle anche se per tutta la vita ci ha fatto credere che gli altri elettricisti, idraulici, imbianchini, giardinieri, meccanici fossero degli incapaci.

lunedì 15 marzo 2021

la spirale


A un certo punto mio padre dice: - Sì, quando abbiamo deciso di non volere più figli, che due ormai erano abbastanza, la mamma si è fatta impiantare la spirale e un mese dopo... era incinta della Chiara. Sarebbe stato da fare causa al ginecologo.

E mentre lo dice sono perfettamente consapevole del fatto che non lo sta dicendo a me, o meglio, non lo sta dicendo solo a me, c'è anche mia sorella Chiara qui, sta ascoltando anche lei.

Vorrei sbracciarmi, dirgli di tacere, ma subito riprende.

- Cosa ci vuoi fare, la natura è così: non c'è contraccettivo che tenga, le donne sono fatte per fare figli e accogliere la vita. E la vita è sacra. Poi mi sono detto che magari era la volta buona che arrivava il maschio. Ma vostra madre è  buona solo a fare femmine.

Un capolavoro, non c'è che dire: maschilismo, sessismo, misoginia, bigottismo, e pure una buona dose di mancanza di empatia. Riuscirci con meno parole di così sarebbe stato impossibile per chiunque.

Sono allibita, ogni volta che penso ok, Silvia, stai esagerando, non è poi così male tuo padre, potresti anche essere meno severa con lui, andargli incontro, ricostruire un rapporto, ecco che esce con una delle sue perle, a ricordarmi che non c'è nessun terreno comune su cui costruire alcunché.

sabato 13 marzo 2021

buon compleanno

In occasione del mio ultimo compleanno,
mio padre mi ha dato una delle sue solite buste. Non l'ho ancora aperta, non ne ho avuto il coraggio. L'ho ficcata in un cassetto e ho pensato che non c'era questa gran fretta di aprirla.
Le buste di mio padre sono prevedibili, dentro ci sono 500 euro e un biglietto. Il biglietto è un'innovazione piuttosto recente. I 500 euro li rifilo a una sorella o all'altra, a turno. Spesso sposto le stesse banconote dalla busta in cui le ho ricevute in una nuova. È un modo per dire “io i tuoi cazzo di soldi non li voglio, non so che farmene”. E il fatto che le banconote siano proprio le stesse mi fa sentire più coerente nel mio intento.
L'ultima volta – i cinquecento euro di Natale – li ho spesi, non avevo tempo né voglia di andare a prelevare, e nella fretta ho attinto alla busta di mio padre.
Lui non sa che faccio così coi suoi regali, all'inizio li rifiutavo platealmente, lasciavo la busta nella vetrina dove mia madre tiene le tazze del servizio buono o sotto a un centrotavola.
Adesso devo fingere di accettarli e poi fare tutti questi giri di nascosto.
L'assegno da mille e cinquecento euro che mi ha dato nel 2010 è dentro a un libro. Il primo romanzo in tedesco che ho acquistato quando mi sono trasferita a Vienna: “Gut gegen Nordwind”. Non sono mai riuscita ad arrivare in fondo a quel libro, perché non sono mai riuscita a imparare abbastanza tedesco. Adesso, quel libro, con dentro quell'assegno, è nella scatola della vergogna, l'unico scatolone del trasloco che non ho svuotato, quello con dentro tutti i problemi irrisolti, le rogne, le cose che spero non mi serviranno mai più. Tipo la grammatica tedesca, tipo quell'assegno ancora da incassare.
Mi immagino un giorno a riscuotere quei soldi, magari per contribuire alle spese del funerale di mio padre, comprare la bara con i chiodi più grossi e più solidi.
Ma non succederà. Scopro ora che gli assegni possono essere incassati entro una settimana dall'emissione. Peccato.

giovedì 11 marzo 2021

il sogno ricorrente


Mi sveglio con in bocca una sensazione orribile. Un sapore cattivo, l'impressione di avere filamenti di chewing gum tra i denti.

Ma non è che uno strascico del mio sogno ricorrente. L'unico che si ripresenta, periodicamente, da decine di anni.

Sogno che mi cadano i denti. Che una gomma da masticare mi si attacchi ai denti e che poi i denti restino attaccati alla gomma. Sogno di sentire qualcosa in bocca e di sputarmi due o tre denti in mano. 

E quando mi sveglio la sensazione in bocca è così vivida che temo davvero di aver perso dei denti nella notte, o di avere una gomma da masticare attaccata malamente ai molari.

Una volta, dopo uno di questi sogni, ho preso un appuntamento urgente dal dentista, convinta che mi si fosse spezzato un premolare nel sonno. Il dentista ha detto che no, non si era spezzato nessun premolare.

Su internet dicono che i denti che cadono hanno a che fare con una perdita, una perdita di vitalità, debolezza, invecchiamento, apatia.

Dovrei giocare il numero 38 al lotto. 

martedì 9 marzo 2021

la tenaglia


All'asilo Marco Volpe le bambine devono portare il grembiule rosa. I maschi invece indossano grembiuli azzurri o persino neri che invidio molto.

Un giorno mordo un bambino. Suor Dianora mi prende in disparte, mi mostra delle tenaglie arrugginite e mi avverte: - Se lo fai di nuovo, ti tolgo i denti con questa tenaglia. Capito?

Annuisco.

Poi mette una tenaglia, identica a quella con cui mio padre toglie i chiodi dal legno, nella tasca del mio grembiulino rosa, che ora pende da una parte e preme sul collo.

Passo la giornata intera, e il giorno successivo, con la tenaglia in tasca e il terrore che Suor Dianora non sia di parola, e decida che, anche se non ho morso nessuno, i denti me li toglierà lo stesso. 

domenica 7 marzo 2021

il topolino


Ho otto o nove anni. Da qualche giorno mi dondola un dente da latte.

- Fa' sentire - chiede mio padre, avvicinandosi

- No, non dondola tanto - dico facendo qualche passo indietro.

Mi sono caduti abbastanza denti da latte da sapere che la tecnica di mio padre è troppo cruenta per i miei gusti. Dà un forte strattone, e il dente cade lasciandoti stordita dal dolore con la bocca piena di sangue.

- Non ti faccio niente - dice - sento solo. Con il mignolino.

- No-o.

- Allora fammi vedere tu.

Lo lascio avvicinare, apro la bocca e spingo la lingua verso il dente che si muove.

- Ma dondola tanto - dice mio padre - fammi sentire - insiste. - Non ti faccio niente. Sento solo - ripete facendo appena oscillare il mignolo della mano destra.

Alla fine cedo, apro la bocca, gli permetto di sentire quel dente che dondola. È mio padre, se non posso fidarmi nemmeno della parola di mio padre, di chi mai dovrei?

E lui muovendo dolcemente il mignolo fa oscillare il dente avanti e indietro per un paio di volte prima di strapparlo via con uno strattone.

È successo, per l'ennesima volta.

La bocca mi si riempie di sangue. Sputo il dente in una mano.

Lui ride soddisfatto.

- Ti avevo detto che non ti avrei fatto male. Poi stasera passa il topolino e ti lascia il soldino.

venerdì 5 marzo 2021

dietro la voliera


Abbiamo un cane. È un cane di piccola taglia, un bastardino. Si chiama Bibi, o Billy, o Pallino.  Poi un giorno non ce l'abbiamo più. 

Molti anni dopo mio padre, davanti a me, racconterà: - Sì, coi cani non c'è da fidarsi. Sembrano buoni, ma sono imprevedibili. Diventano gelosi. Quando la Silvia era piccola, il cane l'ha aggredita, le ha morso la faccia. Allora ho preso il fucile, ho portato il cane là dietro e gli ho sparato.

Là dietro stava a indicare dietro la voliera. 

Avevamo una grande voliera, ci si poteva entrare dentro e camminare, per quanto era grande. E in questa gabbia immensa mio padre teneva degli uccelli che per me erano indistinguibili, ma che lui mi indicava di volta in volta chiamandolo lucherini, cardellini, verzellini. Gli unici riconoscibili erano i canarini. Gialli. 

Li nutriva con miscele di semi che compravamo in un negozio che era stato un mulino.

Dentro la voliera c'erano piccoli abbeveratoi di plastica che mio padre puliva e riempiva regolarmente. Anche i semi venivano distribuiti spesso e in abbondanza. Gli uccelli, non potendo procurarsi liberamente il materiale con cui costruire il nido,  deponevano le uova in finti nidi che mio padre predisponeva amorevolmente nei periodi giusti.

Mi faceva vedere le piccole uova, deposte in questi mezzi gusci regolari, diversissimi dai nidi che vedevo tra i rami nel bosco.

Non so con quanti colpi di fucile mio padre abbia ucciso il nostro cane, colpevole di avermi morso. Ma deve aver causato un gran frullare d'ali dentro alla voliera.


mercoledì 3 marzo 2021

qual è mio padre



Abitiamo ancora nella vecchia casa. Se apro una porta posso andare a trovare la nonna: la stufa, la polenta cucinata nel paiolo, la scatola di latta con dentro i bottoni, le sue mani doloranti rattrappite dall'artrosi, il kyro nel cassetto vicino al frigorifero, la foto di mio nonno in bianco e nero in una piccola cornice rotonda, l'immagine di San Giovanni Bosco sotto il calendario di Frate Indovino.

Chiara, mia sorella minore, è piccola, cammina, ma porta ancora il pannolino.

La sento piangere, corre in camera verso mia madre. In faccia, su una guancia, ha stampate le dita di mio padre. Rosse. In rilievo. Si distinguono come se fossero state scolpite.

Le lacrime le si staccano dagli occhi una dopo l'altra come grosse perle.

E viene da piangere anche a me, perché so quanto brucia sulla pelle, e so quanto fa male non sapere chi è tuo padre: se quello che gioca e fa il solletico e legge le storie e ti fa volare sopra le sue spalle e ti compra il gelato alla stracciatella, o quello ti colpisce senza preavviso e senza motivo, facendoti passare dal riso al pianto in meno di un secondo.

lunedì 1 marzo 2021

non ti vorremo meno bene


La domenica mattina è il momento più bello. Quando ci svegliamo io e mia sorella possiamo andare in camera di mamma e papà, nel lettone, a farci fare le coccole. È un'abitudine che mi piace molto. Anche se non sempre finisce bene, a volte, all'improvviso, mio padre smette di essere giocoso e divertente e alza la voce, dice di smetterla che abbiamo esagerato. È sempre difficile capire come, quando o perché succeda. - adesso basta – urla – avete tirato troppo la corda. Annuncia. Anche se non c'è nessuna corda ed è impossibile capire chi tenga le estremità.

Poi una mattina accade. È domenica, io e mia sorella ci svegliamo e corriamo in camera dei nostri genitori.

- Dobbiamo dirvi una cosa – annunciano.

Ho otto anni, è appena finita l'estate. Le vacanze sono passate ed è ricominciata la scuola, la terza elementare. Sono in classe con Alex M. mi piace molto. Ha i capelli lisci e biondi tagliati alla paggetto. Andiamo anche a catechismo insieme, e giochiamo a calcio anche con Giovanni D.B., uno più grande di noi che è forte come Mark Lenders, l'avversario di Holly nel cartone animato Holly e Benji, quello col campo da calcio sferico lungo chilometri.

- Il prossimo anno nascerà una sorellina o un fratellino.

Mi sembra una buona notizia, inaspettata, ma buona. Credo. Non si era mai parlato di allargare la famiglia, certo mio padre non ha mai nascosto la sua delusione nell'avere solo figlie femmine. Questo dev'essere il terzo tentativo di portare avanti il cognome di famiglia. Non so, non me ne preoccupo. Saremo in tre. Che bello.

Mia madre ci mostra l'ecografia. Un foglio in bianco e nero in cui non si capisce un tubo. Indica una parte grigiastra e dice: – Vedete, questa è la testa.

Io non vedo niente se non delle macchie.

Ci abbracciamo tutti, in un groviglio di lenzuola e coperte. Evviva. 

Poi mio padre, rivolto a me, dice: - non ti preoccupare, anche se ci sarà un fratellino o una sorellina, non ti vorremo meno bene.

Che è un po' come dire: - non pensare a un elefante viola. 

E da quel momento in poi non riesco a pensare ad altro, c'è un elefante viola seduto sul mio petto che mi impedisce di respirare: il fratellino o la sorellina in arrivo si prenderà tutto l'amore disponibile, e nessuno penserà più a me.

sabato 27 febbraio 2021

suor dianora


Frequento l'asilo marco volpe. Ci sono le suore. C'è un giardino. C'è una finestra da cui uno di noi, all'ora di andare via, controlla quando arriva il pulmino giallo che ci porterà a casa. Ci sono i bagni, se vai in bagno poi ci sarà qualcuno che vorrà ficcarti la canottiera dentro alle mutande, anche se lo trovi insopportabile. Ci sono i bavaglini e gli asciugamani contrassegnati da simboli, il mio è un rettangolo rosso su fondo viola. Non mi piace ma era uno dei pochi rimasti tra cui scegliere.

Ci sono i bicchieri, uguali a quelli che usiamo a casa, con sotto un numero. Quando ci sediamo, nei tavoli rotondi da cinque, prendiamo subito il bicchiere e guardiamo il numero. Chi ha il numero più alto vince.

La roba da mangiare mi fa schifo, la regola è che bisogna mangiare tutto quello che c'è nel piatto. Spesso mi ritrovo le guance piene di cibo masticato che non riesco a ingoiare. Altrettanto spesso passo il tempo a bere lunghe sorsate dopo ogni minuscolo boccone. I capelli d'angelo, a dispetto del nome, sono la cosa più schifosa di tutte. E non è un formato di pasta, ma cavolo cappuccio bianco, crudo, tagliato sottile.

La suora più terribile si chiama Suor Dianora.

Un giorno, dopo pranzo, siamo tutti seduti in semicerchio attorno a qualcuno, forse Suor Dianora stessa, che ci chiede: - Chi di voi ha dei genitori che danno sberle e sculacciate?

Io mi guardo intorno, indecisa se alzare la mano o meno. Cerco di capire se sono l'unica, se anche gli altri hanno un papà con la mano pesante. So per certo che dovrei farlo, alzare la mano, ma non sono sicura che sia la risposta giusta, quella che vuole sentirsi dare. Sono ben consapevole che le domande degli adulti sono dei trabocchetti, non servono a scoprire cosa pensi, o cosa sia successo, o cosa sia vero. Servono a capire se sei dalla parte giusta o dalla parte sbagliata.

Ho la netta sensazione che le botte di mio padre siano orribili, ma non sono sicura che rivelare la verità in questo caso sia opportuno, magari se le suore sapessero, prenderebbero provvedimenti, gli direbbero di smettere, e a quel punto mio padre invece di farla finita, continuerebbe con maggior violenza.

Alla fine non alzo la mano. Ma capisco presto che è la cosa sbagliata, perché Suor Dianora, o chi per lei, dice: - Vedete, voi che avete la mano alzata siete dei bambini fortunati, vuol dire che i vostri genitori vi vogliono bene.

Ora Suor Dianora pensa che mio padre non mi vuole bene, e in effetti anch'io lo penso, ma per il motivo opposto.

giovedì 25 febbraio 2021

la sagra del pomodoro


È una sera d'estate. Ho 3 o 4 anni. Sono alla sagra del pomodoro con mia mamma e mia sorella. È una festa di paese, c'è la pista da ballo, ci sono i tavoli di legno con le zampe di metallo verdi ripiegabili e le lunghe panche abbinate, c'è tanta gente conosciuta, adulti e bambini. 

Mia madre mi lascia a giocare con qualcuno. A un certo punto mi scappa la pipì, cerco mia madre con lo sguardo e non la trovo, chiedo a qualcuno se l'ha vista, ma nessuno sa dove sia. 

Mi scappa la pipì e decido che la cosa giusta da fare è tornare a casa, da sola. La strada è breve, la conosco a memoria, l'ho percorsa molte volte, si tratta di passare sulla stradina accanto alla casa di Rica, poi si attraversa la strada asfaltata e si cammina sul ciglio fino a quando si raggiunge il cancello di casa. È facile. E lo faccio.

Una volta arrivata sullo zerbino, abbasso la maniglia, ma la porta è chiusa, la mamma e la Cinzia non ci sono e mi scappa la pipì.

Poco dopo arriva papà, ferma la macchina nel cortile. È appena tornato dal lavoro. Scende e chiede: - Cosa ci fai lì? Dove sono la mamma e la Cinzia?

Gli racconto della festa del pomodoro, del fatto che non trovandole più fossi tornata a casa per fare la pipì. Alza la voce, mi scuote, sbraita e la pipì scende calda lungo le gambe, inzuppa i calzini e arriva fin dentro le scarpe. E poi arriva mia madre, e anche lei mi scuote e sbraita e chiede cosa mi sia passato per la testa. 

Entriamo in casa, e forse si accorgono che la pipì mi è scappata davvero e vengo cambiata e siamo tutti in camera, seduti sul pavimento con i miei genitori che mi urlano di non farlo mai più, che gli ho fatto prendere uno spavento, che mai al mondo mi avrebbero lasciata sola senza avvertire, che anche se io non li vedevo, loro vedevano me, che la strada è pericolosa, trafficata, non illuminata e avrei potuto finire investita sotto una macchina.

Piango, piangiamo tutti, credo. 

martedì 23 febbraio 2021

il fucile di cechov

Mio nonno andava a caccia. Non so a quali animali sparasse, forse agli uccelli. Non so se mi sia capitato di mangiare qualcuna delle sue conquiste, con contorno di patate al forno. Il suo fucile, quando è morto, è diventato di mio padre. Teneva i piccoli proiettili nella sua officina, a destra della piccola porta in legno, sulla cui cornice io e mia sorella segnavamo i nostri progressi in altezza, cercando sempre di spingere la penna un po' più su, per sembrare più alte. Appeso alla porta, verso l'interno, c'era sempre un calendario con le donne nude, cui io e mia sorella disegnavamo mutande e reggiseni usando pennarelli indelebili a punta piatta. Litigavamo sempre per avere l'onere, o l'onore, di rivestirle mese per mese.

I proiettili del fucile erano in una scatoletta di cartone. Erano piccoli. Presi singolarmente non sembravano un granché, ma la scatola, tutta insieme, era pesantissima. Mio padre li chiamava pallini, credo.

Il fucile non ricordo dove fosse riposto, non ricordo nemmeno di aver mai visto mio padre sparare.

Adesso è in taverna, in un armadio portafucili a tre posti. Due sono occupati. Il secondo fucile è arrivato dopo. Secondo Cechov spareranno ancora.