lunedì 27 marzo 2017

il matematico e la campana tibetana

che per il matematico reinserirsi nel mondo accademico patrio sia traumatico era chiaro.
i segni del disagio erano ben evidenti, ma si manifestavano con malesseri generici come i disturbi del sonno o il parlare da solo.
adesso però il suo "adjustment disorder" ha preso forma. si è concretizzato. non è più spossatezza o irritabilità, ha le sembianze di una campana tibetana.
una campana tibetana, ai profani come me, potrebbe sembrare una specie di mortaio, o una ciotola con uno strano mestolo.
invece no, la campana tibetana è uno strumento musicale con poteri taumaturgici.
suonare la campana tibetana ti rilassa, ti guarisce, ti guida nella meditazione.
sfregare il battacchio attorno alla ciotola è un gesto sacro e curativo.
per questo ieri sera, sorseggiando camomilla in vestaglia, il matematico suonava la campana tibetana tenendola sul palmo della mano.

venerdì 24 marzo 2017

verso la guarigione

sono una grammar-nazi, una rompiscatole, una che se vede un refuso ha come primo impulso quello di chiedere al suo autore di correggerlo, una che se commette il reato di refuso (purtroppo capita anche a me, non sono immune da errori) si auto condannerebbe all'ergastolo.

ma sto cercando di guarire, di liquidare gli errori - miei e quelli degli altri - con un'alzata di spalle o con una risata. ho quasi smesso di scrivere messaggi più o meno gentili a blogger o autori per dire loro che "ehi, hai scritto perché con l'accento sbagliato, po' con l'accento, qual è con l'apostrofo".
in compenso faccio foto e screenshot che pubblico compulsivamente nel gruppo facebook grammarnazi italiani.

però sto cercando di approcciare un metodo più costruttivo, e l'infografica qui accanto, che ho realizzato personalmente, fa parte di questo percorso di crescita personale e guarigione dal gammarnazismo che mi affligge. se volete condividerla penso si possa fare da questo link

ps: se in un messaggio whatsapp o in una chat con me vi scappa un refuso state tranquilli, non vi scusate e non correggete.

domenica 19 marzo 2017

i mantra che mi ripeto per cercare di stare a galla

nel web è piuttosto facile incappare in aforismi di tutti i tipi. non so se sia perché sono iscritta a particolari gruppi fb, o se capiti a tutti. fatto è che ho trovato in giro delle frasi brevi, brillanti e di impatto che sono diventate un po' i miei motti. ecco quindi i miei preferiti.

non importa quanto sei lento a correre, sarai sempre più veloce di chi è rimasto sul divano. questa frase la uso per trovare la voglia di mettermi le scarpe e andare. non sempre funziona. oggi per esempio non ha fatto effetto.

meglio fatto che perfetto. sono una rompiscatole epica, se le cose che faccio non vengono come dico io "è tutta una merda", senza via di mezzo. quindi per convincermi ad agire invece che stare a rimuginare e procrastinare cerco di ripetermi questa frase.

fake it util you make it. questa è un po' un'americanata. per chi non sa l'inglese, significa: fingi di saper fare qualcosa fino a quando la fai. l'idea è che impari a fare qualcosa solo facendola davvero. puoi leggere tutte le guide e i manuali possibili, ma a un certo punto devi metterti a fare. e se all'inizio non hai la più pallida idea di cosa tu stia facendo. alla fine a suon di provarci ci sarai riuscito. è quello che mi ripeto tutti i giorni in ufficio, per esempio quando apro indesign o photoshop e tento di produrre il materiale che mi è stato richiesto.

se vuoi veramente qualcosa troverai una strada, altrimenti troverai una scusa. questo più che un mantra da ripetere è una sorta di linea guida e di promemoria.

se fai sempre le stesse cose otterrai gli stessi risultati / niente cambia se non cambi niente sembra una banalità, ma è di una verità sconcertante. a volte, quando mi sento impantanata, insoddisfatta, inquieta, mi rendo conto che in effetti non sto facendo alcuno sforzo per non esserlo.

you are stronger than you think. sei più forte di quanto credi. questa frase la ritrovo spesso e per quanto mi sembri potente non riesco a farla mia.

mercoledì 8 marzo 2017

4 considerazioni (controcorrente) sul vivere a vienna

sono stata per quasi sei anni un'expat a vienna.
sono tornata da otto mesi, ma alcuni luoghi comuni e frasi fatte continuano a perseguitarmi. ecco quindi 4 considerazioni sul vivere a vienna che vanno contro il sentire comune.

1. ah, allora saprai benissimo il tedesco.
ecco, no. un non madrelingua non sa il tedesco. un non madrelingua studia il tedesco, impara il tedesco frequentando dei corsi, si scontra tutti i giorni con quella lingua non romanza piena di consonanti e parole composte. 
un non madrelingua di media intelligenza, arriva a padroneggiare il tedesco con grande sforzo, a suon di comunicazioni frustranti e fallimentari.
perché, che ci si creda o no, si può vivere una vita intera in un paese straniero senza impararne la lingua. da adulti non basta essere esposti a una lingua per saperla.

2. ah, ma lì, anche se non sai il tedesco, ti basta l'inglese.
sicuramente a vienna, percentualmente, si trova più gente che parla un discreto inglese di quanta se ne trovi in italia. tuttavia "ti basta l'inglese" è un'affermazione credibile per chi va a vienna in vacanza per qualche giorno. per vivere a vienna l'inglese non basta: ci sarà sempre un idraulico, una cassiera, un passante che non saprà l'inglese e che non perderà l'occasione per umiliarti.

3. eh, avrai trovato lavoro in pochissimo tempo.
sicuramente a vienna ci sono più opportunità di lavoro che in un qualunque paesino della provincia italiana. ma... sorpresa! il lavoro non ti viene di certo a cercare. ci sono sicuramente alcuni ambiti come quello della ricerca universitaria in cui ci sono opportunità anche per chi parla solo l'inglese. ma senza conoscere bene il tedesco (almeno a livello B2) è difficile trovare un lavoro anche come cameriere. certo, c'è chi sapendo solo l'italiano è andata a fare le pulizie o la baby sitter in una famiglia italiana e si è sistemata, ma probabilmente avrebbe trovato un'occupazione identica a roma o milano o firenze.

4. beata te, vienna è la città con la migliore qualità della vita.
è successo per anni. ogni volta che veniva stilata la classifica mondiale delle città più vivibili, vienna era prima e tutti mi invidiavano. ovviamente queste classifiche tengono conto dell'assistenza sanitaria, del sistema scolastico, della criminalità, dei trasporti. che sono tutti degli indicatori oggettivi e misurabili. 
quello di cui non tengono conto, ma che determina la qualità della vita di ciascuno - sono parametri soggettivi come la rete sociale, la realizzazione personale e professionale.
stare bene all'estero, soprattutto all'inizio, senza il supporto della famiglia e degli amici, senza la possibilità di esprimersi nella propria lingua, senza un lavoro gratificante, è davvero difficilissimo.
per me lo è stato moltissimo. al punto che alla fine ero così depressa e suicidaria che mi sono ritrovata a fare 9 mesi di terapia psicanalitica bisettimanale. 
ma per fortuna vienna ha la migliore qualità della vita e più di metà della spesa l'ha pagata l'assicurazione sanitaria.


PS: l'immagine è la copertina di una guida di vienna agile e scanzonata scritta da me. perché se è vero che è stata una città orribile in cui vivere è una città splendida in cui fare la turista.
si può acquistare su amazon sia in formato cartaceo che ebook. a questo link.

domenica 5 marzo 2017

è come per la crema pasticcera

prendo mezzo litro di latte, aggiungo la vaniglia e lo metto a scaldare.
nel frattempo mescolo due uova* con 80 grammi di zucchero, poi incorporo 50 grammi di amido di mais.
quando il latte è caldo, lo aggiungo al composto di uova gradualmente, mescolando molto bene per evitare la formazione di grumi. metto il tutto sul fuoco.
è a questo punto, mentre mescolo senza che nulla accada, che vengo sistematicamente assalita dai dubbi: perché non si addensa? alzo l'intensità della fiamma? siamo sicuri che ho messo l'amido di mais? perché se non l'ho messo è tutto inutile. ma quanto ci vuole? avrò sbagliato qualcosa? ma perché sto qui a mescolare del latte? quasi quasi spengo tutto e lascio perdere.
ecco, per me avere successo con la scrittura è come voler fare la crema pasticcera. ho messo tutti gli ingredienti sul fuoco e sto mescolando, da anni, col dubbio che sia tutto inutile, col dubbio di non aver aggiunto l'amido di mais. ma lasciar perdere adesso sarebbe come spegnere il fuoco un attimo prima che la crema si addensi.
per cui continuo a mescolare e a scrivere, perché con la crema pasticcera è questione di un attimo: un secondo prima stai sbuffando su una pentola piena di latte, un secondo dopo hai mezzo litro di crema profumata alla vaniglia con cui farcire brioche, bignè, bomboloni, pan di spagna, torte.


* sì, lo so che la crema pasticcera si fa solo coi tuorli, ma mi scoccia buttare gli albumi e non so fare le meringhe. per cui la mia crema pasticcera si realizza rigorosamente con uova intere.

ps: la foto è presa dal sito misya.info. e se amate la crema pasticcera dovete provare questa sua ricetta.

mercoledì 1 marzo 2017

di nascosto e a mia insaputa

dieci giorni fa ho trovato il modo per ricominciare a correre.
l'ho imparato dai nostri politici, quelli che hanno polizze vita o comprano case a loro insaputa.
io a mia insaputa corro. mi limito a pochi giri del parco dei criceti e non porto con me alcun rilevamento cronometrico per non dovermi confrontare con la frustrazione di essere diventata una "tartarunner" per stupidità e pigrizia.
adesso devo solo trovare un modo per scrivere un romanzo a mia insaputa.

lunedì 20 febbraio 2017

in 5 righe

sabato parteciperò a un laboratorio di scrittura.
come esercizio in preparazione al laboratorio ci è stato chiesto di rispondere in cinque righe a queste due domande:


Chi sei? Che rapporto hai con la scrittura?


sono silvia e sono una che scrive. per passione scrivo narrativa; scrivo nel mio blog perché mi va; per lavoro scrivo per la pubblicità; scrivo email per coltivare i legami. tutta la mia vita passa attraverso le parole, scritte da me o da altri. quando non scrivo e non leggo cucino dolci, o dormo. prima di cadere in letargo stavo per correre una maratona. sono una a cui piace andare al cinema da sola, che non ha piante né animali domestici perché non sa prendersi nemmeno cura di se stessa, che vive rapporti conflittuali con un po' tutto - inclusi i suoi capelli bianchi.

giovedì 16 febbraio 2017

è facile superare il blocco se sai come farlo

non so se capiti anche agli altri, ma a me capita in continuazione, in diversi ambiti della mia vita.
c'è una cosa da fare, ci sono io che voglio farla, ma... non ci riesco, semplicemente.
non per mancanza di tempo o di competenze, semplicemente, non ci riesco.
sono bloccata.

facciamo un esempio: ci sono io che devo correre. ma oggi non ne ho voglia, domani fa troppo freddo, dopodomani piove, il giorno dopo è troppo buio. e arriva il momento in cui semplicemente sono terrorizzata all'idea di correre. inizio a leggere articoli su come tenere alta la motivazione per correre anche quando è inverno, inizio a guardare i risultati degli altri podisti amatoriali nel gruppo fb runlovers, e l'ansia da prestazione aumenta al punto in cui non riesco proprio a pensare di correre. nel frattempo le settimane passano, dall'ultimo allenamento sono passati mesi, ho anche iniziato a mangiare peggio, a ingurgitare quantità spropositate di dolci. sono ingrassata, che di per sé non sarebbe un problema, dato che ero ai confini del sottopeso, ma ovviamente io mi vedo enorme e la probabilità che anche mezz'ora di corsa potrebbe essere insostenibile diventa sempre più alta. e inizio a detestarmi perché so benissimo che sarebbe bastato mettere le scarpe e correre. invece ne ho fatta una questione di stato irrisolvibile, che peggiora giorno dopo giorno.

facciamo un secondo esempio: ci sono io che vorrei scrivere un romanzo. ci penso, ho un'idea, me la palleggio in mente, mi sembra buona. mi sembra buonissima, la miglior idea che mi sia mai venuta. ho già scritto almeno altri 5 o 6 romanzi, ma questo è diverso, è IL ROMANZO, non posso permettermi che venga male.
inizio a leggere saggi su come strutturare una narrazione, possibilmente in inglese, perché gli anglofoni se sanno di più. leggo dell'altra roba su come scrivere in modo più veloce, più efficace, più convincente. fino a che scrivere un romanzo diventa un'impresa impossibile, in cui non riuscirò mai. mettersi davanti al computer a scrivere è ormai fuori discussione. scrivere quel romanzo, sviluppare quell'idea, è diventato qualcosa di fuori dalla mia portata.
eppure sarebbe bastato mettersi lì e scrivere. invece mi metto lì e gioco a candy crush, e sono arrivata al livello 2072. con tutto il tempo che ho perso giocando a candy crush avrei potuto scrivere 50 romanzi e preparare altrettante maratone.
invece sono qui. bloccata.

sono sicura che è facile superare il blocco se sai come farlo, ma io non lo so.

sabato 11 febbraio 2017

Mi ammazzo per il resto tutto ok - Riflessioni sulla lettera di Michele Valentini

Qualche giorno fa è stata pubblicata dai giornali, per volere dei genitori, questa lettera di Michele Valentini, un 30enne che si è suicidato.
I genitori hanno voluto che la lettera fosse resa pubblica perché tutti sapessero che loro figlio è stato ucciso dal precariato.
Ho riflettuto molto prima di pubblicare questo post e ho impiegato un paio di giorni a scriverlo perché non sono solita esprimere giudizi e detesto chi lo fa, finendo nella solita trappola: riempire i vuoti d'informazione con supposizioni prive di fondamento.
Tuttavia questa volta vorrei dire la mia, perché quella lettera potrei averla scritta io (in modo non molto diverso) anche solo sei mesi fa.

Avrei potuto scriverla perché ero profondamente depressa e tormentata dai pensieri suicidari.

Per la mia comprensione delle cose (forse inesatta, ma spero non del tutto sbagliata) in questo caso c'è stato un abbaglio collettivo.
Michele ha scritto che a ucciderlo è stata la mancanza di un lavoro stabile e di un futuro certo e nessuno ha messo in dubbio le sue motivazioni.
Che è un po' come credere a un ubriaco che, dopo essere inciampato sui suoi stessi piedi, inveisce contro la società che permette ai marciapiedi di esistere indisturbati. Non è più probabile che sia stata la mancanza di equilibrio e lucidità dovuta al tasso alcolico a farlo cadere?

A uccidere Michele non è stata la precarietà, la società, il modello unico e tutti gli altri fantasmi contro cui si scaglia Michele nella sua lettera, e ora la sua famiglia.
Se la precarietà uccidesse, ci sarebbero tutti i giorni suicidi di massa, perché c'è un'intera generazione di adulti che vive - sopravvive - arrabattandosi, facendo più lavoretti contemporaneamente, senza alcuna certezza economica che permetta di costruirsi un futuro.

Quello che ho capito sulla mia pelle, è che non ci si suicida a causa della situazione in cui ci si trova, ma a causa della prospettiva da cui si guarda quella situazione.

A uccidere Michele è stata la depressione.

Lo sguardo depresso è uno sguardo impietoso su se stessi e sul mondo, è un giudizio che non lascia scampo, è una lente deformante che ricopre tutto ciò su cui si posa lo sguardo con un manto di catrame, nero, vischioso.

Essere depressi significa che, indipendentemente da quanti amici, quanto successo, quanti soldi hai, riesci a concentrarti solo su quello che non sei e vorresti essere, su quello che non hai e vorresti avere, su quello che sognavi e non hai ottenuto, su dove non sei e dove credevi saresti stato.

Le persone clinicamente depresse (che non sono persone un po' tristi o giù di morale) non stanno tutte a letto a piangere, non si trascinano in pigiama giorno dopo giorno. Di solito, le persone depresse, si sforzano di vivere: escono con gli amici, cucinano, lavorano, studiano, fanno tutto quello che ci si aspetta da loro, ma lo fanno sperando di morire, desiderando di essere inghiottiti da un buco, di essere colpiti da una pallottola vagante. Le persone depresse, spesso, sono bravissime a fingere di stare bene, a mimetizzarsi tra i normali.

Il gesto di Michele poteva essere l'occasione per portare l'attenzione su una malattia grave - mortale - quale è la depressione non riconosciuta e non trattata. Invece si è preferito ancora una volta dare la colpa alla crisi economica e alla precarietà, che innegabilmente hanno avuto un ruolo nel suicidio di Michele, ma che da sole non avrebbero di certo potuto ucciderlo.

Mi dispiace se sarò considerata indelicata e irrispettosa nei confronti dei genitori del ragazzo e del loro dolore, non è contro di loro che rivolgo queste riflessioni, è solo che non sopporto l'omertà e la vergogna che continuano a ruotare attorno alla depressione e alle malattie mentali in generale.
Le parole di Michele avrebbero potuto essere le mie, quella lettera avrei potuta scriverla io, che a 34 anni sono precaria, che in dieci anni di vita attiva non ho mai avuto un contratto a tempo indeterminato, che ho cambiato città e nazione e decine di datori di lavoro.
Se sono qui a raccontarlo è solo perché ho avuto il coraggio di ammettere di avere una malattia - la depressione - e di farmi curare.

venerdì 3 febbraio 2017

le 9 cose che so fare bene e 1 in cui sono negata

prendendo spunto da questo articolo ho deciso di elencare le cose che so fare bene.
come si dice nell'articolo, non è questione di vanteria ma di consapevolezza.
ecco quindi le cose che so fare bene:

 1 trovare refusi (li vedo ovunque, mi balzano agli occhi come insegne al neon - quelli degli altri.dei miei non mi accordo e per due settimane migliaia di persone hanno visto un mio annuncio pubblicitario con su scritto VEGA al posto di veNga. oh yea!)
 2 trovare quadrifogli (a volte mi capita anche mentre cammino. butto l'occhio su un ciuffo di trifogli ed ecco che li vedo: quadrifogli)
 3 fare puzzle (è una cosa che adoro, perché mi viene benissimo: in pochi mesi ho fatto da sola un puzzle da 5.000 pezzi.)
 4 dormire molte ore di fila come un sasso (alle 22e30 appoggio la testa sul cuscino e fino a quando non suona la sveglia la mattina dopo... dormo. è così semplice e stupendo che mai al mondo rinuncerei a questo mio talento)
 5 portare a termine gli impegni presi (così come mi piace chi fa quello che dice, anch'io faccio di tutto per mantenere la parola data. se dico che alle 17 sarò sotto casa tua, alle 16e58 sarò sotto casa tua. se dico che il lavoro sarà consegnato entro venerdì, il lavoro sarà consegnato entro venerdì)
 6 stare da sola (mi viene molto più facile che stare con gli altri. preferisco mille volte una serata in casa a leggere che una serata fuori)
 7 stare in silenzio (come si suol dire: "un bel tacer non fu mai scritto". se parlo è per dire qualcosa su cui ho riflettuto e che ritengo sensato. il silenzio è davvero sottovalutato, tranne che da me.)
 8 scrivere email (mi viene naturale. apro un nuovo messaggio e comincio a scrivere.)
 9 mangiare dolci (avrei preferito scrivere "sfornare dolci". ma la verità è che i dolci che sforno non sono poi così buoni. mi sembrano buoni solo perché ho un vero talento per ingurgitare qualsiasi cosa contenga zucchero.)

la cosa in cui sono negata: stare al telefono (ho acquistato un pacchetto che include 500 minuti al mese di chiamate gratuite: alla fine del mese ne ho consumati 3 o 4, 10 al massimo. detesto parlare al telefono, mi imbarazza, mi agita, dico tutte le cose sbagliate, spesso la cattiva ricezione mi fa perdere dei pezzi di conversazione e mi sento a disagio. parlo veloce perché ho paura di far perdere tempo a chi c'è dall'altra parte, ho un tono secco e militaresco - non molto diverso da quello normale - che indispone l'interlocutore. stare a vienna per sei anni ha sicuramente peggiorato la situazione, dato che spesso le conversazioni dovevano avvenire in tedesco, e chiunque abbia parlato una lingua straniera al telefono SA quale dramma si consumi ogni volta.)

mercoledì 1 febbraio 2017

There's a hole in my soul

Per riempire la voragine lasciata dal mio amato forno, mi sono cimentata in diverse ricette che, pur essendo sfiziose, non richiedessero l'uso dell'amato elettrodomestico. 
















Ecco quindi spadellata una focaccia ripiena che ha tutta l'aria di essere cruda e buonissima (ma lo scoprirò solo domani a pranzo) 
ed ecco servita questa sublime panna cotta allo zafferano senza gelatina né colla di pesce (che è prodotta con cotenna e ossa di maiale e la cosa mi fa piuttosto senso). Visto che prima di riavere un forno passeranno molti altri giorni, prevedo altre sperimentazioni azzardate.

venerdì 27 gennaio 2017

il dramma

quando il 60% del tuo buon umore dipende da quello che (pensi) infornerai e sfornerai, la cosa peggiore che ti può capitare è che il tuo forno si rompa.
nell'unico giorno in cui hai ospiti a cena.
e infatti ieri è successo: ho acceso il forno e dopo 10 minuti è saltato il salvavita lasciando la casa al buio, e noi con una torta salata cruda e senza connessione a internet.
la torta salata è stata cotta al microonde: il risultato si è rivelato così gommoso e pallido che probabilmente non vedremo più l'ospite.
ma il peggio doveva ancora venire: l'assistenza clienti del forno passa attraverso un call center in albania.

questa la chiamata
call center: [voce metallica] questa chiamata sarà inoltrata a un call center situato a tirana, in albania, i dati personali saranno trattati secondo le norme della privacy e bla bla bla per altri 2 minuti.
call center: [voce umana] sono aneta come posso esserle utile?
io: buongiorno. mi si è rotto il forno. può mandare qualcuno a ripararlo?
call center: il forno ha più di 12 anni?
io: non ne ho la più pallida idea. davvero, non posso nemmeno saperlo, vivo da sei mesi in una casa in affitto, non so quanti anni ha questo forno.
call center: se il forno ha più di 12 anni non posso inoltrare la richiesta di intervento. il forno ha più di 12 anni?
io: le ho detto che non lo so e non lo posso sapere. il forno non è mio, non l'ho comprato io.
call center: il forno ha più di 12 anni?
io: non lo so, magari se le do il modello può sapere più o meno di quand'è
call center: mi può dire se il forno ha più di 12 anni.
io: no, il forno ha meno di 12 anni, mi mandi qualcuno.
call center: la farò richiamare.

e mi hanno richiamata, per dirmi che mi richiameranno mercoledì prossimo per fissare un appuntamento.
mi aspetta almeno UNA. SETTIMANA. SENZA. FORNO.

mercoledì 25 gennaio 2017

mangia dormi ripeti

in queste settimane mi sono ridotta ai bisogni primari: mangio e dormo.
le ore in cui dormo sono le uniche in cui non mangio.
se non sto mangiando né dormendo, sto cucinando o pensando a cosa cucinare o guardando videoricette o mettendomi il pigiama.
ho sempre freddo, anche quando sono sola in ufficio e posso mettere il riscaldamento a palla, ho le mani e i piedi congelati con 25 gradi nella stanza.
di correre non se ne parla. l'ultima volta che ci ho provato ho corso 20 minuti e camminato 40 per tornare indietro.
la cintura che all'inizio dell'estate non aveva abbastanza buchi, ora ne ha fin troppi.
quando finisce questo inverno?

giovedì 12 gennaio 2017

La mia vita da film



Il mio antidoto a questo freddo è accendere il forno e buttarci dentro qualcosa.
Nell'ordine ho sfornato:
* Dei panini dolci
* Una torta di mele senza burro né olio
* Una teglia di pizza
* Una torta cacao e amaretti
* Del pane in cassetta
* Un ciambellone con frutta secca
* La mia torta salata con ricetta collaudata.
La cosa sorprendente è che pur modificando le ricette come mi pare, esce tutto buonissimo (è il motivo per cui della maggior parte delle mie creazioni non esiste testimonianza fotografica: sono più veloce a mangiare che a fotografare).
Il pane era così morbido e profumato che me lo sono mangiato tutto da sola in meno di 48 ore: saranno stati 7-800 grammi!

Ieri, vedendo "Paterson" al cinema, mi sono molto identificata con Laura:
* Lei fissata con il bianco e nero, io con l'azzurro
* Lei a sfornare cupcake, io a sfornare torte.

L'altro giorno, il matematico, trovatosi di fronte a

* Farina 00
* Farina Manitoba
* Farina di riso
* Farina magica per pizza
* Farina integrale
* Farina di mais
* Farina di mandorle

mi ha chiesto: "a cosa ti serve tutta quella farina?" che è esattamente ciò che Paterson chiede a Laura.

martedì 3 gennaio 2017

3 parole per il 2017

raccolgo la sfida di pennablu e scrivo le mie tre parole per il 2017

prima di tutto la costanza. sono sempre stata una persona dai grandi entusiasmi e dagli altrettanto facili scoraggiamenti. quest'anno vorrei fare mia la costanza del chi va piano va sano e va lontano e anche quella della goccia che scava la roccia. magari poco ma con continuità: per portare avanti progetti di scrittura, raggiungere obiettivi nella corsa, studiare e auto-formarmi per migliorare sul lavoro.

altra parola chiave, niente affatto secondaria, è: prospettiva. ho sempre la tendenza a guardare il bicchiere mezzo pieno, a vedere solo quello che manca invece di concentrarmi su quello che c'è - e che magari prima non c'era. quando ho fatto il bilancio del 2016 era tutto un: non ho vinto il concorso, non ho passato l'esame, non ho corso la maratona, non non non... eppure ho fatto molte cose di cui dovrei andare fiera. ok, non ho corso la maratona ho pur sempre corso più di 1300 chilometri.

terza e ultima parola per il mio 2017: leggerezza. per me è sempre tutta una questione di vita o di morte. mi prendo a cuore qualsiasi cosa come se dovesse cambiare le sorti dell'umanità, quando è evidente che non è così. e quindi una gran dose di leggerezza per star serena è d'obbligo.

domenica 1 gennaio 2017

#sfangarla2016

anche quest'anno ho scritto: sul blog e non solo
anche quest'anno ho letto: 51 libri, di cui un paio stupendi
anche quest'anno ho corso: 1385 km, e ancora nessuna maratona
anche quest'anno ho pianto: troppo
anche quest'anno ho sorriso: non abbastanza
anche quest'anno mi sono arrabbiata: spesso per le cose sbagliate
anche quest'anno sono stata molto da sola: quasi sempre per scelta
anche quest'anno ho visto belle serie tv: breaking bad, the good wife, unreal...
anche quest'anno ho preferito dormire: all'avere un figlio, all'uscire la sera
anche quest'anno ho camminato, sono andata al cinema, a teatro, a cena fuori.
anche quest'anno sono sopravvissuta a me stessa, e non è stato affatto facile.

sfangarla2015
sfangarla2014
sfangarla2013

martedì 27 dicembre 2016

lo scoraggiamento

mi sono preparata per quattro mesi a correre la mia maratona personale.
mi sono allenata seriamente, ho affiancato alla corsa esercizi di core stability, mi sono alzata prestissimo al mattino quando faceva troppo caldo, ho immolato sabati e domeniche agli allenamenti lunghi.
poi è successo che l'ultimo lungo prima della maratona è andato male e da lì ho fatto andare tutto peggio.
mi sono convinta che non ce l'avrei mai fatta a correre quei 42195 metri e mi sono aggrappata a qualunque pretesto per smettere di correre:
* il raffreddore,
* la pioggia,
* le poche ore di luce,
* i troppi dolci...
in tre settimane ho buttato alle ortiche il lavoro di mesi: ho detto addio al mio addome piatto e scolpito, ho iniziato a dormire male, il mio intestino si è impigrito.

sabato, dopo tre settimane in cui ho finto che di correre la maratona non mi importasse niente, ho voluto provare l'ebbrezza di correre per un'ora. dopo appena trenta minuti mi sono dovuta fermare per delle dolorosissime fitte a un fianco. e non potete immaginare la frustrazione di dover camminare per cinque xxxxxxissimi chilometri per tornare a casa pensando a tutta la fatica sprecata.
ok, non correvo da venti giorni, ma erano quattro mesi che tutte le settimane facevo un allenamento di almeno due-tre ore, pensavo che un'ora di corsa si potesse dare per scontata.

non so esattamente quale sia la morale di questa storia.
forse che sono bravissima ad auto-sabotarmi,
forse che quando temo di non raggiungere ciò che desidero mi convinco che in fondo non era quello che volevo (tipo la volpe e l'uva),
forse che più che correre la maratona mi piace l'idea di averla corsa, così come dello scrivere mi piace l'aver scritto.

e ora, che le scarpe sono consumate, sono combattuta tra l'acquistarne un nuovo paio o semplicemente buttare il vecchio.

lunedì 26 dicembre 2016

biscotti per tutti

questo Natale, avendo un forno a disposizione, mi sono sbizzarrita e ho regalato biscotti a tutti.
scegliere le ricette, impastare, infornare, sfornare, impacchettare è stato piacevole, divertente, soddisfacente come poche altre cose.

ho fatto biscotti di sei tipi diversi:
* integrali con miele
* con farina di riso e gocce di cioccolato
* alla mandorla
* al cocco e mandorle
* allo yogurt
* al cacao e granella di nocciole.
i miei preferiti erano questi ultimi.
in cambio ho ricevuto così tanta attrezzatura che ora non mi resta che aprire una pasticceria. non vedo l'ora di provare lo stampo per il ciambellone!
il leccapentola è già stato testato.
quasi quasi partecipo ai prossimi casting di bake off.
e ora... dolci in forno!

giovedì 8 dicembre 2016

il demone del risparmio

sono cresciuta in una famiglia fondata sul risparmio, il valore delle cose, il riciclo.
mia mamma fa la carbonara per 5 persone con un unico uovo.
quando scartavamo i regali non potevamo strappare la carta da regalo, dovevamo staccare piano piano lo scotch e tenere la carta tutta intera, per poterla riutilizzare in futuro.
i tovaglioli di carta usati vengono conservati, nel caso si versi qualcosa sul pavimento e sia necessario asciugare e pulire.
quando faceva i dolci, mia madre metteva sempre meno zucchero e meno uova di quanto indicato nella ricetta. diluisce con il latte le uova sbattute per la frittata per farla sembrare di più.
a casa nostra non c'era cibo che finisse nella pattumiera. tutto il commestibile doveva essere mangiato. prima di arrivare a gatti o alle galline, qualsiasi cosa passava sotto il vaglio di mia madre. ho visto mia madre mangiare cose non avrei dato nemmeno al cane.
(se avete notato l'alternanza passato presente dei tempi verbali, sappiate che è dovuta al fatto che il ricordo di quello che ho vissuto in famiglia e di ciò che accade anche ora a casa dei miei, si mescolano.)

questo vissuto, ovviamente, ha ripercussioni sulla mia percezione del valore delle cose e sui miei comportamenti, che spesso possono sembrare strani o maleducati.
ecco un elenco delle conseguenze più assurde causate dal demone del risparmio acquisito da mia madre:
* in qualsiasi negozio entri, rifiuto ogni borsa o sacchetto per mettere gli acquisti. ho sempre con me una borsa riutilizzabile di stoffa e metto tutto lì. e se la dimentico tengo tutto in mano, piuttosto. il mio incubo peggiore è il sacchetto dei sacchetti: poiché nessun sacchetto può essere buttato, i sacchetti finiscono in un armadio, in un sacchetto più grande che li contiene tutti e che aumenta di volume a dismisura.
* quando compro le banane o un limone o un'arancia non li metto in un sacchetto ma attacco l'adesivo con il prezzo direttamente sulla buccia, sempre per evitare il sacchetto dei sacchetti.
* da quando ho un lettore di ebook non acquisto più libri. il pensiero di tutto lo spazio che occupano e degli alberi che sono stati abbattuti per stamparli mi fa desistere. per lo stesso motivo non esistono edizioni cartacee dei miei ebook autopubblicati.
* non riesco a fare regali ai miei nipoti. non hanno bisogno di nulla. sono sommersi da quantità industriali di giocattoli, libri, vestiti che guardano a malapena. il pensiero di aggiungere anche solo uno spillo alla montagna di inutilità che li circonda mi mette a disagio.
* se qualcuno mi chiede cosa voglio per natale, la risposta è sempre "niente", e non per timidezza o pudore, ma perché non voglio niente, non ho bisogno di niente, e qualsiasi oggetto diventa qualcosa che occupa posto, inquina e in fin dei conti non mi serve. (in questo momento le uniche cose che fanno eccezione sono degli utensili da cucina per accontentare il demone della torta e un garmin nuovo per accontentare il demone della corsa.)
* non partecipo più a concorsi letterari che richiedono copie cartacee dell'opera, né invio copie cartacee dei miei aspiranti romanzi agli editori. penso che sia un inutile spreco di carta.

a pensarci con distacco mi rendo conto che sono comportamenti bizzarri, eppure non riesco a non fare anche molte delle cose che ho criticato per anni a mia madre.

martedì 29 novembre 2016

do it yourself ma se lo compri fai prima, è più carino e costa meno

quello che vedete qui immortalato è il calendario dell'avvento da me generosamente pensato, realizzato e donato al matematico. (ci ho messo tre settimane per partorire siffatta creatura.)
è un'opera di ingegneria futuristica, che per stare in piedi sfida la gravità, mette in discussione la relatività ristretta e nega la terza legge di newton.
è un calendario ecologico: per realizzarlo sono stati usati solo 12 bicchieri invece che 24, i numeri dispari li vedete, quelli pari sono dietro. non si è fatta economia sui regalini, che sono due per bicchiere, uno attaccato sul fondo e uno attaccato sulla base.
nonostante l'apparenza non è un calendario economico: contiene cioccolatini di altissima qualità acquistati in una boutique del cioccolato.
è un calendario nostalgico-germanofono: a ogni cioccolatino è abbinata una frase motivazionale in tedesco, per ricordare i calendari dell'avvento viennesi che hanno accompagnato i nostri natali da espatriati.
il matematico trova che questo sia un calendario minimalista, avant-guard e upcycle.
se vi piace l'idea e volete copiarla ecco la ricetta:

ingredienti:
12 bicchieri di plastica
24 cioccolatini
carta stagnola qb
nastro biadesivo qb
24 frasi motivazionali a scelta (facoltative ma consigliate)
i numeri da 1 a 24 stampati su un foglio di carta adesiva

procedimento:
scegliete in rete 24 aforismi di vostro gradimento. copiateli, incollateli su un file word uno di seguito all'altro avendo cura che ci sia abbastanza spazio per ritagliare ogni frase una volta stampato il file, oppure scriveteli a mano su dei bigliettini
stampate i numeri su un foglio di carta adesiva
prendete un bicchiere, capovolgetelo, attaccate alla base il numero 1, dalla parte opposta attaccate il 2 verso l'estremità superiore (quella chiusa, per intenderci).
ripetete mantenendo l'ordine dei numeri fino a esaurimento.
prendete i bigliettini con le frasi motivazionali e piegateli. avvolgete i cioccolatini nella carta stagnola avendo cura di chiudere dentro anche una delle frasi.
ripetete fino a esaurimento.
adesso dovrete attaccare i cioccolatini dentro ai bicchieri, uno sul fondo chiuso e uno alla base su un lato.
per comporre la forma di albero di natale sbilenco mettete alla base i bicchieri 21 e 23, sopra appoggiate una striscia di cartoncino lunga quanto quattro bicchieri (io ho ritagliato una scatola di riso). a questo punto mettete uno strato di bicchieri con i numeri dal 13 al 20, altra striscia di cartoncino, altri bicchieri con i numeri dal 7 al 12, e proseguite fino in cima.
spolverizzate con abbondante zucchero a velo.
ideale da gustare in famiglia.

(nel gruppo FB trovate i file scaricabili con le frasi in tedesco e i numeri che ho usato io)